Vertici “trattativisti” e base spaccata Il dialogo con il Pd divide i 5s regionali

La delegazione del Movimento 5 stelle dopo l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alla destra del vicepremier Luigi di Maio, il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli

Mentre ai piani alti si difende il confronto aperto con i dem molti simpatizzanti temono il prezzo elettorale dell’intesa

TRIESTE La classe dirigente schierata fra mille prudenze per la trattativa con il Pd. La base spaccata a metà. Il Movimento 5 stelle vive ore difficili e, mentre parlamentari e consiglieri regionali si attestano con varie sfumature a difesa delle scelte nazionali, i disorientati simpatizzanti grillini discutono nelle chat grilline fra chi considera l’accordo coi dem inevitabile dopo il “tradimento” leghista e chi pronostica che l’intesa suonerebbe la campana a morto per i pentastellati, dove da tempo spira il vento della delusione davanti all’evoluzione del Movimento in un partito che sempre più usa la democrazia diretta come foglia di fico.



Mentre il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli e gli altri maggiorenti del M5s conducono il tavolo che lavora al nuovo governo, il confronto fra i (non molti) militanti dei meetup parla di una base equamente divisa fra chi sposa l’alleanza col Pd e chi auspica un ritorno gialloverde, pur senza risparmiare accuse a Matteo Salvini. Minoritaria l’ipotesi voto anticipato e del tutto residuale chi ritiene che il patto col Pd rappresenti la collocazione naturale del Movimento.

Dagli scalini più alti si appoggia la linea dei vertici. punta il faro sui «dieci punti, molto diversi dalle insulsità di Salvini: chiunque vuole coagularsi sulle nostre proposte è ben accetto dopo il tradimento della Lega. La base? Mal di pancia c’erano anche sulla Lega: se faremo gli interessi degli italiani, l’elettorato capirà». Il consigliere regionale volge lo sguardo alla Regione, ammettendo la morbidezza dell’opposizione grillina: «Finora abbiamo retto il bordone alla giunta Fedriga, senza dare schiaffoni, ma ora l’opposizione sarà durissima».


Per Andrea Ussai, «la priorità è non far pagare agli italiani la sconsideratezza di Salvini: vediamo se si trova la quadra. Il premier? Conte». Cristian Sergo sottolinea «il poltronismo dei leghisti che fanno marcia indietro, accettando Di Maio premier. Il Pd? Non è il Pd ma il nostro programma: nel nuovo contratto non si parlerà di Bibbiano o banche. Ma la decisione spetti agli attivisti su Rousseau, sempre se un accordo ci sarà. E sennò c’è il voto». Sergo non nasconde il fastidio verso gli attacchi della base: «Chi critica mangiando popcorn non è un vero attivista. Col 30% servono alleanze».

Sotto i post pubblicati dagli eletti sui social, ecco allora le accuse di essersi «venduti al Pd: volevamo essere diversi da Pd, Fi e Lega ma li stiamo rincorrendo». In pari proporzione non mancano gli incoraggiamenti: «Votare sarebbe un danno perché il problema della maggioranza si ripresenta: tanto vale fare un contratto adesso». Non tutti hanno peraltro le stesse sicurezze dei trattativisti convinti. La deputata Sabrina De Carlo a poche ore di distanza condivide ad esempio un post che ironizza su un Salvini farneticante, ma pure quello in cui Di Battista apre a un ritorno di fiamma con la Lega. In Consiglio comunale il triestino Paolo Menis è invece favorevole al voto (ma non lo dice): come lui i colleghi consiglieri e l’ex candidato governatore Alessandro Fraleoni.

Ma il malessere della base va al di là delle alchimie di governo. Nei gruppi di discussione piovono critiche per una gestione che ha annullato il dialogo con la base e annacquato la retorica dei meetup e delle decisioni prese da Rousseau, piattaforma che pare servire solo a certificare decisioni assunte ormai da quello che molti iscritti considerano un gruppo di potere non lontano da quello degli altri partiti. Pochi hanno digerito la sortita di Luigi Di Maio a Palmanova per illustrare una riorganizzazione interna le cui linee – terzo mandato e facilitatori – sono state preventivamente decise altrove. Un riassetto congelato in attesa che la crisi si concluda in un senso o nell’altro. —


 

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