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Scintille e nervi tesi nella maggioranza: Fedriga minaccia l’addio alla Regione

Massimiliano Fedriga e Matteo Salvini

L’aut aut durante il tavolo di coalizione: «State uniti o me ne vado». Sullo sfondo la possibile chiamata romana di Salvini

TRIESTE State uniti o me ne vado. Una minaccia per compattare la maggioranza in vista delle riforme annunciate in autunno o la constatazione (e magari pure l’auspicio interiore) che l’eventualità del voto anticipato possa vederlo chiamato da Matteo Salvini a candidarsi e a ricoprire successivamente un ruolo da ministro nel futuribile governo a trazione leghista. Sia quel che sia, nel vertice di maggioranza convocato ieri mattina a Udine per discutere delle priorità regionali alla luce degli scenari nazionali, il presidente Massimiliano Fedriga ha detto ai suoi che la possibilità del suo passaggio a Roma non è esclusa. E a quel punto andrebbero a casa tutti: eletti e assessori.



Anche ieri il confronto fra alleati ha mostrato spigoli piuttosto acuminati. Fedriga non ha preso le parti di nessuno, ma al momento delle conclusioni ha voluto lanciare un segnale forte: «Il destino della maggioranza è legato a quello del presidente. Se non ci sono le condizioni per lavorare al meglio, potrei anche scegliere altre occasioni». La sortita potrebbe essere dunque solo un modo per far cessare i litigi interni, anche se il presidente non ha mai escluso la possibilità di candidarsi per massimizzare i voti del Carroccio. Quel che invece aveva da subito escluso era l’addio alla carica di governatore, dichiarando ufficialmente che la serietà gli impone di rimanere in Friuli Venezia Giulia. Ma negli ambienti della Lega ora si dice che, sempre che si vada alle urne, Salvini potrebbe voler schierare la squadra migliore di tutte, anche a costo di strappare qualche presidente dai territori. Una pratica per la verità mai attuata in casa Lega, dove il ruolo di numero uno di Regione è considerato alla stregua di quello di ministro. Ma a inizio legislatura, quando il centrodestra ancora non aveva scelto il candidato per il Fvg, Salvini aveva pensato di attribuire a Fedriga il ruolo di ministro del Lavoro.



All’incontro hanno partecipato Fedriga e Mauro Bordin (Lega), Sandra Savino, Riccardo Riccardi e Giuseppe Nicoli (Forza Italia), Walter Rizzetto, Fabio Scoccimarro e Claudio Giacomelli (Fratelli d’Italia), Ferruccio Saro e Mauro Di Bert (Progetto Fvg), Renzo Tondo e Giulia Manzan (Autonomia responsabile). Il vertice è stato organizzato per parlare di Ater, economia e riforme. Sullo sfondo la crisi di governo, che potrebbe condizionare le scelte della giunta, a cominciare dalla riforma degli enti locali: Fedriga vuole le Province elettive, ma con un esecutivo giallorosso il cambio di Statuto diventerebbe utopico e la giunta potrebbe dover cambiare completamente impostazione.

Ma cosa ha spinto il governatore a lasciarsi andare allo sfogo finale? Fedriga ha chiesto a tutte le componenti della coalizione di difendere pubblicamente le attività della giunta e far cessare le critiche più o meno velate sull’operato della maggioranza. Basta fuoco amico, insomma, e proprio su questo tema si è consumato l’ennesimo scontro tra Progetto Fvg e Forza Italia. Saro ha chiesto l’apertura di velocizzare l’azione di governo, perché «la legislatura si gioca nei prossimi sei mesi». L’invito dell’ex senatore a fare di più e meglio ha irritato la storica avversaria Savino, che ha invitato Progetto Fvg a ridurre le critiche e a spingere piuttosto Sergio Bini a seguire i tavoli delle crisi industriali che, a dire degli azzurri, sono lasciati completamente scoperti da un assessore alle Attività produttive che si occupa solo di turismo.

Savino ha poi stigmatizzato le preoccupazioni espresse pubblicamente da Saro sui conti in rosso della sanità e su una programmazione che stenterebbe a partire, se si esclude la sortita legislativa sui punti nascita di Palmanova e Latisana attuata con un metodo sgradito ai civici. E su questo è andato in scena un nuovo scontro, dopo quelli a mezzo stampa, con Riccardi: i presenti lo descrivono pacato nei modi ma duro nei contenuti. Fedriga ha preferito non intervenire e probabilmente non gli sarà dispiaciuto veder di fatto naufragare la possibile collaborazione che i moderati pure avevano cominciato a mettere in campo per tentare un coordinamento dei gruppi consiliari di Forza Italia e Progetto Fvg.

I fastidi non finiscono qui. Fdi ha chiesto con Giacomelli maggior impegno sulla partita del numero unico 112, mentre Tondo si è lamentato di aver appreso dalla stampa del rimpasto di deleghe in giunta e ha chiesto di istituire tavoli tecnici coordinati dagli assessori per poter mettere sul fuoco la carne delle riforme. All’uscita i partecipanti negano ogni frizione: così non è, anche se va detto che sulle nomine dei consigli d’amministrazione delle Ater non ci sono state discordie, mentre continua la riflessione sul futuro presidente dell’Anci, che Fedriga vorrebbe assegnare al compagno di partito Dorino Favot e che la coppia Saro-Zanin suggerisce invece di dare a un nome alternativo. Duo che da un po’di tempo si avvicinato per aprire il ragionamento nell’area moderata, scontrandosi da una parte con Bini che vuole Progetto Fvg ancorato alla Lega e dall’altra con Riccardi e Savino, da sempre schierati contro Saro e irritati al contempo dall’attivismo di Zanin in direzione postberlusconiana. —


 

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