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Effetto Brexit e salari in crescita: aumentano i migranti di ritorno nei Balcani

Oltre 300 mila romeni rientrati in patria da gennaio. Ma il fenomeno riguarda l’intero Est europeo, favorito anche dai programmi dei governi

Stefano Giantin
2 minuti di lettura
Operai al lavoro 

BELGRADO È un fenomeno relativamente poco noto e ancor meno studiato. Prosegue, con maggiore o minor forza, dagli anni successivi alla grande crisi. E pare ora accelerare a macchia di leopardo assieme al miglioramento delle condizioni in patria, con più lavoro e salari più alti. È il “return migration”, la migrazione di ritorno: a dargli corpo sono i tanti emigrati che decidono di lasciare il Paese d’adozione per fare retromarcia verso casa.

In Romania, in particolare, «più di 300 mila romeni che lavoravano all’estero sono tornati nel Paese» nel solo periodo da gennaio in qua, ha informato il portale Romanian Business Journal citando informazioni del ministero del Lavoro e di organizzazioni non governative. Un vero esercito con cifre superiori a quelle degli anni precedenti, quando l’Ocse – per il periodo 2015-17 – aveva stimato una media di 160 mila ritorni all’anno. Ne fa parte Mihai, 35 anni, tornato dalla Spagna dove aveva lavorato nel settore edile. «Non sono tornato per 600 euro di stipendio, ora guadagno quasi il doppio» grazie agli straordinari e «in più qui ho la mia famiglia», ha raccontato al “Journal”. Come lui tanti altri, attratti in particolare dalle nuove regole sul salario minimo, in aumento quasi ovunque a Est.



Ma non c’è solo la Romania, Paese in testa nella Ue per numero di emigrati, con oltre 3,5 milioni all’estero. Tanti stanno rientrando in Polonia, da cui sono emigrati in più di due milioni dopo l’ingresso del Paese nella Ue, in particolare verso Germania e Regno Unito. Dal 2016 i salari hanno toccato in patria il 70% della media Ue e sono ancora in crescita, mentre la disoccupazione è a minimi record (intorno al 5%). Scenario simile a Bucarest, con 120 mila rimpatri dalla sola Inghilterra quest’anno, in particolare di lavoratori del comparto agricolo spaventati dai possibili effetti della Brexit, uno spauracchio per molti a Est.

Lo stesso accade nei Paesi baltici. E pure l’Ungheria di Viktor Orbán osserva fenomeni simili, sebbene manchino statistiche precise. «Ma dai dati che abbiamo analizzato di recente sempre più persone stanno tornando» dall’estero, ha assicurato a fine luglio Péter Szilágyi, commissario ministeriale per le comunità magiare all’estero.

È un fenomeno generalizzato, seppur con ampie differenze regionali. Lo si evince anche da un nuovo studio dei ricercatori Gabor Lados e Gabor Hegedus, che hanno studiato la migrazione di ritorno in Ungheria e nell’Europa dell’Est, area che nel 2017 registrava «più di 8,5 milioni di persone» della regione «residenti in altri Paesi Ue», in particolare romeni, polacchi, bulgari, baltici e ungheresi, mentre cresce (ormai oltre un milione) quello dei croati all’estero.

Quanti sono tornati? Secondo lo studio, pochissimi tra 2004 e 2007, un numero crescente ma limitato tra 2008 e 2011, sempre di più tra 2012 e 2017. In testa per ritorni la Romania (67 rientrati ogni 10.000 abitanti), seguita da Lituania (56), Estonia (38,3), Polonia (31,5), Ungheria (26); in Bulgaria i numeri restano limitati (ma da zero ritorni si è saliti a 12 su 10 mila tra 2008 e 2017). In media, i rientrati sono stati 3,1 su 10 mila a Est nel 2004-2007; 25,1 tra 2008 e 2011; 32,1 tra 2012 e 2017, secondo la ricerca. A favorire i rientri ci sono poi programmi che cercano di attrarre gli espatriati. L’ultimo è quello polacco che dichiara esentasse i giovani sotto i 26 anni, ma ci sono il magiaro “Gioventù torna a casa” o il ceco “Navrat”, con iniziative simili attive da tempo anche in Romania. E i risultati cominciano a essere visibili. —


 

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