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È morto il fotografo Sergio Scabar, altra vittima dell’amianto

Aveva 73 anni. È stato un protagonista della cultura isontina. Per alcuni mesi aveva lavorato nel cantiere di Panzano prima di trasferirsi negli uffici di Trieste

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RONCHI Il mondo della cultura e della fotografia, in particolare, perde un suo protagonista. Si è spento ieri mattina, dopo una lunga malattia, nella sua casa di via D’Annunzio, Sergio Scabar, uomo schivo ma sincero, grande cultore e manipolatore della macchina fotografica. Tra le cause della malattia e del decesso l’esposizione all’amianto.

Scabar, che era nato nel 1946 a Ronchi dei Legionari, dove ha sempre vissuto e lavorato, per pochi mesi, una quarantina di anni fa, aveva lavorato nel cantiere di Panzano, prima di essere trasferito negli uffici di Trieste. Ma quel breve lasso di tempo gli è stato fatale, come succede purtroppo spesso per tanti che hanno orgogliosamente vestito il “terlis”. Un destino amaro, beffardo se si pensa che, inaugurata nel giugno scorso, è ancora allestita, ai Musei provinciali di Gorizia, la prima antologica in Italia a lui dedicata.



Scabar, i cui funerali non sono stati ancora fissati e si svolgeranno solo dopo l’autopsia, lascia la moglie Lucia, persona molto conosciuta in città, da tempo impegnata nel sindacato della Spi e, nel passato, anche consigliere comunale. Lascia anche l’unica figlia, Erica, e l’amato nipotino Samuel.

Una lunga carriera costellata di successi e di esposizioni anche all’estero. Scabar comincia ad interessarsi alla fotografia nel 1964. Dal 1966 al 1974 partecipa saltuariamente a concorsi nazionali ed internazionali, utilizzando la fotografia soprattutto con finalità di racconto e reportage. Successivamente, negli anni Ottanta, il suo lavoro prende una svolta sostanziale. La figura umana esce dai suoi lavori ed il suo interesse si concentra sulla natura.

Con il lavoro “Il Teatro delle cose” nel 1996, Scabar inizia una stampa alchemica ai sali d’argento. Il metodo di lavoro artigianale emerge maggiormente rispetto alle opere precedenti.

Una grave perdita, sottolineata anche dalle parole del primo cittadino. «Ronchi dei Legionari perde un suo cittadino illustre – ha detto Livio Vecchiet – ed alla famiglia va tutto il nostro affetto e le nostre condoglianze».

Tragico sfondo di questo lutto è ancora una volta l’amianto che nel Monfalconese ha mietuto e sta mietendo centinaia e centinaia di vittime.

Una scia di morte ben lungi dall’interrompersi e che vede tra le nuove vittime, quelle della cosiddetta seconda generazione, molti figli di cantierini.

La vicenda di Scabar, che ha avuto un’esposizione di breve durata con l’amianto, conferma quanto emerso nei procedimenti penali, ovvero che non c’è verità scientifica del nesso tra il tempo dell’esposizione, la latenza e la comparsa della patologia tumorale. —




 

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