Crollo all’Acquamarina La Procura di Trieste apre le indagini

Primo allarme già nel 2016 L’allora perito del Comune Benussi aveva denunciato la corrosione dei bulloni del soffitto e sollecitato un intervento. La replica dei gestori: «È stato fatto»  



I volti tirati degli investigatori raccontano molto di ciò che poteva succedere all’Acquamarina se in piscina ci fossero state persone. «Una tomba», dice un carabiniere guardando desolato le macerie di cemento, come la scena di un terremoto.


Che Trieste abbia corso uno dei pericoli più gravi degli ultimi decenni è chiaro a tutti. Ma adesso è già il momento dell’inchiesta: bisogna capire cosa è successo, cosa ha ceduto e perché. Bisogna individuare possibili responsabilità.

Il pm Pietro Montrone, il magistrato che si sta occupando del caso, non perde tempo: l’affidamento a un perito specializzato, incaricato di appurare le cause dell’incidente, è solo questione di ore. Sarà il primo passo del fascicolo d’inchiesta.

Non l’unico. Sul tavolo del magistrato finirà l’elenco completo di progettisti, costruttori, collaudatori e gestori della piscina. Ma anche la lista delle manutenzioni e delle verifiche sulla tenuta statica commissionate in questi anni. L’indagine è in mano ai Carabinieri.

Qualche punto fermo già c’è. L’immobile è di proprietà demaniale, in concessione al Comune. Che, a sua volta, ne ha affidato la gestione alla “2001 srl Società Sportiva Dilettantistica”.

Fanno capo all’ingegner Fausto Benussi, invece, il progetto strutturale e la direzione lavori della piscina terapeutica, nel ’97-’98, per conto della Fondazione CRTrieste che all’epoca aveva finanziato l’opera, nell’ambito del progetto dello studio Berni-Varini. L’impresa esecutrice era la Sacaim di Venezia. Il collaudatore statico per il Comune, invece, l’ingegner Pierpaolo Ferrante, scomparso di recente.

Quello di Benussi è un nome che ritorna nelle cronache: era finito a processo per il cedimento del tetto al Befed, nel 2005, l’altra grande tragedia sfiorata. L’ingegnere ne è poi uscito a testa alta, con un’assoluzione.

Benussi ha poi continuato a occuparsi dell’Acquamarina: nel 2014 il Comune gli ha affidato la perizia statica e il monitoraggio delle piscina. Un incarico maturato nella primavera 2016. «C’era un grado di corrosione non trascurabile sui bulloni (quelli della struttura metallica del soffitto, circa 200 in totale, ndr)e su altre parti – ricorda il professionista – per cui ho prescritto un intervento entro un anno». Un deterioramento evidentemente dovuto ai vapori dell’acqua di mare. «Bisognava intervenire nella sostituzione dei bulloni - ripercorre Benussi - ed eventualmente con altri accorgimenti da valutare nell’aggiornamento della perizia nell’anno successivo». L’analisi dell’ingegnere è contenuta in un documento consegnato al Comune, finito nell’indagine.

Lunedì pomeriggio, quando è collassato il tetto, erano in corso i lavori di manutenzione programmati, affidati all’impresa di Mestre “Zara metalmeccanica srl”. I due operai sul posto, fuggiti non appena hanno sentito scricchiolii e rumori sospetti, erano sull’impalcatura intenti a cambiare i primi bulloni. Non si esclude che le operazioni di allentamento dei bulloni stessi, e la loro successiva sostituzione, possano aver causato una variazione «tensionale» della struttura. Solo un’ipotesi, questa, oggetto di indagine e che andrebbe ad avvalorare la pista del collegamento tra i lavori e il disastro.

La perizia di Benussi del 2016 indicava quindi la necessità di intervenire entro un anno. David Barbiero, direttore della “2001 srl”, la ditta che gestisce la piscina, assicura che i primi lavori erano cominciati già nel 2017, come prescritto. «Due anni fa abbiamo trattato tutta la parte tubolare corrosa utilizzando prodotti appositi - precisa il direttore - poi nel 2018 abbiamo proseguito con il trattamento dei ferri del cemento armato. La sostituzione dei bulloni faceva parte invece del lotto finale dell’intervento, affidato alla ditta. È questo che stavano facendo gli operai lunedì. Non sappiamo cosa abbia ceduto».

Sul disastro interviene anche il sindaco Roberto Dipiazza, visto che l’area è in concessione demaniale al Comune. «Credo che ci saranno cause milionarie fra chi ha approvato il progetto, chi ha costruito e chi ha collaudato quest’opera che poteva causare la morte di oltre 50 persone. Quel che è certo – osserva – è che ci vorrà tempo per accertare le responsabilità. È meglio pensare a fare qualcosa di diverso per i cittadini. Mi ha chiamato il presidente del Credito sportivo – rende noto il sindaco – dandomi la sua disponibilità per la concessione di un prestito. Penso sia il caso di pensare che con quel credito si possa realizzare direttamente un’altra struttura». —



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