Riforma Ater, niente fusione Trieste-Gorizia

Scongiurata definitivamente l’ipotesi. Via libera al ritorno dei cda. Resta il nodo delle case fatiscenti: 3.600 su 30 mila totali. I sindacati hanno disertato l’audizione convocata appena 48 ore prima

TRIESTE. Le Ater tornano all’era dei consigli d’amministrazione e i cinque direttori attuali passano a due, uno dei quali gestirà contemporaneamente le case popolari a Trieste e a Gorizia, dove opereranno tuttavia due distinti cda. L’Ater giuliana e quella isontina non verranno fuse, come il centrodestra aveva inizialmente pensato: scelta opposta a quella della riforma sanitaria e forse indizio che la riforma degli enti locali non abbia ancora trovato un suo assetto nelle segrete stanze della giunta Fedriga.

Ieri la Quarta commissione ha dato il via libera al ddl di riforma della governance delle Ater, che lunedì sarà sottoposto al parere del Consiglio regionale con una procedura d’urgenza duramente criticata dalle opposizioni. Le novità sostanziali sono il ritorno ai cda composti da presidente e altri due membri, la fusione tra le Ater di Udine e Tolmezzo, la riduzione a due direttori, che si occuperanno rispettivamente della Venezia Giulia e di Udine, Pordenone e area montana.

Il riassetto si ferma qui e la riforma non si propone interventi di carattere economico, sebbene i dati presentati dalla giunta dicano che 3. 600 appartamenti su 30 mila risultino sfitti perché fatiscenti o non a norma. La punta del problema è a Trieste, con duemila immobili inutilizzati.

L’assessore Graziano Pizzimenti sottolinea che «la nostra è una riforma sostanziale, che vuole dare più efficacia alla gestione, rivedendo la governance ma rispettando le peculiarità locali e contenendo i costi. Il ritorno dei cda serve a distinguere tra parte gestionale e conduzione politica delle scelte». E sui costi Pizzimenti spiega che gli stipendi dei cinque attuali direttori pesano per 590 mila euro, mentre il centrodestra ne risparmierà 180 mila pur introducendo i cda.

La giornata è segnata dagli attacchi di centrosinistra e sindacati. «Non condividiamo la procedura d’urgenza – dice il dem Diego Moretti – che è una forzatura inaccettabile, visto che si sapeva da tempo che i direttori sarebbero andati in scadenza». Critiche arrivano anche dal M5s: per Cristian Sergo «non si capisce che differenza ci sia tra direttori che applicano i piani della giunta e il ritorno dei cda. Se non ci sono spiegazioni, allora si può parlare di poltronificio».

I sindacati comunicano intanto la decisione di non presentarsi all’audizione fissata ieri in tutta fretta: Cgil, Cisl e Uil si dicono rammaricate ma accusano la maggioranza di reiterare «una modalità di convocazione (due giorni prima dell’audizione) non rispettosa nei confronti dei soggetti che possono contribuire alla definizione di norme e regolamenti. I tempi e le circostanze che ci sono concesse, non sono comprimibili se non a vuote ritualità, incapaci di rappresentare le nostre proposte». I sindacati ricordano inoltre a Pizzimenti di attendere da dieci mesi la risposta alla richiesta di un incontro per confrontarsi sulle politiche abitative in Fvg.

Il centrodestra difende la norma ma non mancano le preoccupazioni sulla situazione dell’edilizia popolare. Giuseppe Nicoli (Fi) sottolinea «i preoccupanti livelli di alloggi sfitti per mancanza di requisiti per l’agibilità», annunciando «un emendamento per chiedere l’impegno a lavorare sulle ristrutturazioni». Sulla stessa posizione Claudio Giacomelli (Fdi): «Il numero di appartamenti da ristrutturare è indecoroso e l’Ater non riesce a spendere i soldi che riceve dalla Regione: serve il potenziamento degli uffici tecnici».


 

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