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Dai treni alle strade, Belgrado progetta i maxi investimenti con l’aiuto della Cina

La vicepremier: fino a otto miliardi di opere per continuare a crescere, in prima fila le intese finanziate da Pechino

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO Il presidente serbo Aleksandar Vučić lo aveva anticipato nei giorni scorsi, annunciando un programma miliardario di investimenti sulle infrastrutture da 5-10 miliardi di euro, una sorta di “Piano Marshall” per modernizzare il Paese. Non sono stati annunci vuoti. In Serbia si svilupperà presto uno scenario fatto di grande impegno finanziario, bulldozer e camion al lavoro. Ma dietro ci sarà anche una “longa manus” cinese – oltre a quelle russa e turca - da tenere sott'occhio.

È questo lo Scenario che è stato svelato dalla vicepremier e ministro delle Infrastrutture serba, Zorana Mihajlović, che all’agenzia di stampa Reuters ha confermato che «Belgrado progetta di investire fino a otto miliardi di euro sul medio termine in infrastrutture, in gran parte attraverso intese finanziate da Cina, Russia, Turchia e Azerbaigian», ha sintetizzato l’agenzia. «Lo Stato deve puntare su nuovi investimenti se vuole continuare sulla strada della crescita economica», ha aggiunto la vicepremier, che ha anche compilato una “lista dei desideri”: dalla modernizzazione della ferrovia Belgrado-Bar - per la quale servono 400 milioni di euro, con Mosca in pole position - a quella verso la Macedonia, segmento della futura ferrovia veloce che trasporterà le merci cinesi dal Pireo fino a Budapest, in gran parte finanziata e realizzata dalla Cina (600 milioni di euro). E ancora, 370 milioni per un’autostrada verso la Bosnia e per un’altra arteria stradale nella Serbia occidentale, progetti questi monopolio di turchi e azeri, anche se dal punto di vista infrastrutturale Pechino la fa da padrone, con «quasi cinque miliardi di euro» di progetti già in atto, ha detto la ministra.

Sono tanti soldi, che fanno temere per un aumento dell’indebitamento pubblico. E per l’intensificarsi di influenze extra-Ue su un Paese che aspira all’adesione. Mihajlović ha però assicurato che la Serbia non teme di esporsi troppo, come il vicino Montenegro – o come la Bosnia con la centrale di Tuzla, sempre sostenuta da Pechino con un mega-prestito da 700 milioni - accrescendo la sua dipendenza in particolare dalla Cina.

Ma forse una maggiore attenzione non guasterebbe. Lo hanno suggerito in passato l’Fmi e la Munich Security Conference. E ora un nuovissimo studio del Kiel Institute for the World Economy premette che «nell’Europa orientale i debiti» verso Pechino «rimangono ancora inferiori» rispetto a Paesi come Gibuti (al 100% del Pil), Congo, Cambogia: ma i debiti stessi - si legge nello studio - sono «cresciuti sostanzialmente negli ultimi cinque anni». A far la parte del leone nei Balcani ci sono il Montenegro (con più del 15% del debito/Pil, legato all’autostrada Bar-Boljare, prestito cinese da 809 milioni) ma anche la Bosnia (intorno al 10%) e la Macedonia (circa 5%). Stime del Mercator Institute for China Studies danno però un quadro ancora più netto, con il 39% del debito estero montenegrino ormai in mano alla Cina, 20% in Macedonia, 14% in Bosnia, 12% in Serbia e in aumento. Prestiti che sono solo la via più rapida per «esportare influenza politica» e «presentarsi come un modello alternativo a quello democratico occidentale», ha ricordato nei mesi scorsi l’Istituto francese per le relazioni internazionali e strategiche (Iris). E negli ultimi anni Pechino è sempre più forte e ascoltata in particolare «in Cechia, Grecia, Ungheria, Macedonia, Polonia e Serbia», grazie a un “business model” di prestiti facili, ma che sul lungo periodo possono rivelarsi un’arma a doppio taglio, anche se i risultati dell’impegno cinese, pur positivi, sono visibili a tutti nella regione, tre ponti, strade e infrastrutture.

Si tratta di una «cooperazione in cui tutti vincono», ha assicurato proprio ieri il segretario di Stato cinese agli Esteri, Wang Yi, ma che potrebbe portare a una sempre maggiore dipendenza economica e politica dalla Cina, in futuro. E quella che è stata battezzata «la diplomazia della trappola del debito», già sperimentata da Pechino in Asia e Africa, potrebbe presto dispiegarsi con sempre maggior vigore anche nel cuore dell’Europa, partendo dalla Serbia. —


 

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