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Da Zagabria a Praga manca manodopera: sempre più numerosi i pensionati al lavoro

In Romania sono oltre 150 mila. L’Ungheria ha introdotto misure ad hoc per favorire i rientri in fabbrica o in ufficio

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

TRIESTE «Sono nato nel 1952, ho iniziato a lavorare a 18 anni, ero impiegato in una fabbrica statale come operaio. Tanti pensionati come me dicono che guadagnano poco, ma hanno anche loro due piedi e due mani e tante aziende private li aspettano». A braccia aperte. A parlare è Stefan Paraschiv, pensionato-lavoratore con passaporto romeno, ex tuta blu ai tempi del regime di Ceausescu, oggi guardia privata in un McDonald’s di Bucarest.

Il caso Romania

Paraschiv è fra i protagonisti di un seguitissimo mini-documentario prodotto dal portale Recorder sull’esercito di pensionati «comunisti», spesso con assegni da fame, che oggi «salvano il capitalismo» romeno dalla piaga del “labour shortage”, ovvero la carenza di manodopera. Uno spettro che si aggira un po’ ovunque, a Est. E la Romania non fa eccezione. A causa delle culle vuote e soprattutto dell’emigrazione verso occidente, il Paese si ritrova oggi con un deficit di 500 mila lavoratori, ma il numero potrebbe salire quasi fino al milione entro il 2023. E allora, ha rivelato il portale, solo l’anno scorso sono stati ben «diecimila i pensionati assunti con forme legali di contratto» in imprese e uffici in tutto il Paese, ma le cifre del fenomeno – che ha sollevato veementi critiche dei più giovani contro i vecchi che rubano il lavoro, accettando bassi salari - hanno ormai toccato i 158 mila.

«Non ci sono dati concreti, ma si parla di un 7% di pensionati over-65 dell’intera forza-lavoro», ha sostenuto Anca Decu, direttrice delle risorse umane agli ipermercati Cora, la quale ha rivelato che la sua azienda ha «speciali campagne proprio per reclutare pensionati».

Le mosse di Budapest

I giovani, infatti, scarseggiano. Tre milioni sono i romeni in età da lavoro partiti per altri Paesi Ue negli ultimi dieci anni. E per ora non tornano, il labour shortage s’impenna e i pensionati sono sempre più ambiti, non solo a Bucarest. Uno scenario speculare è infatti quello che si osserva in Ungheria, dove nei mesi passati sono comparsi con sempre maggior frequenza annunci di lavoro, dalle ferrovie al commercio, per «pensionati part-time». In Ungheria già l’anno corso il governo aveva annunciato e poi introdotto misure per “attirare” anziani al lavoro, offrendo «una tassa sul reddito al 15% e nessun contributo o altre imposte», come avevano riportato i media locali parlando di misura pensata proprio per contrastare la carenza di manodopera. I risultati non si sono fatti attendere. Dall’inizio dell’anno, sono «25 mila i pensionati magiari che sono rientrati sul mercato del lavoro», facendo salire la cifra totale degli anziani in fabbrica, dietro il bancone di un negozio oppure in ufficio «a oltre centomila», ha specificato a metà giugno il segretario di Stato alle Finanze, Andras Tallai.

Dalla Cechia alla Serbia

Non fa eccezione nemmeno la Repubblica Ceca, ha confermato l’agenzia Reuters qualche mese fa, mentre in Serbia già due anni fa si è parlato di 250 mila pensionati occupati in lavori stagionali. In questo caso però per sbarcare il lunario, non per carenza di manodopera. Pensionati «che se vogliono e possono lavorare sono di grande valore per le imprese», ha assicurato a gennaio anche l’ex ministro croato Veljko Ostojić, numero uno dell’Associazione del turismo croato (Hut), dando il benvenuto alle modifiche annunciate dalle autorità di Zagabria alla legge sulle pensioni, in modo da permettere agli over-65 di lavorare part-time senza perdere il diritto alla pensione.

Ma quanto è pesante il problema del “labour shortage” a Est? Molto, stando alle imprese che da anni lo indicano come l’ostacolo maggiore alla crescita. Secondo uno studio del Vienna Institute for International Economic Studies ormai è imminente il “tipping point” in cui domanda e offerta di lavoro si uguaglieranno, limitando produzione e crescita. «Punto di non ritorno» che è vicinissimo per Cechia, Lituania e Polonia (previsto nel 2021), Bulgaria (2022), Slovenia (2023), ma anche per paesi come Estonia, Ungheria e Slovacchia (2024).

Il problema è poi esacerbato dallo spopolamento dell’Europa centro-orientale. Nel giro di vent’anni, come si evince da dati Eurostat, la Bulgaria scenderà da 7 a 6 milioni di abitanti, la Croazia da 4,1 a 3,7, la Romania da 19,4 a 17,5, l’Ungheria da 9,8 a 9,3, la Polonia da 38 a 36,3. E i pensionati, in Paesi sempre più vecchi, saranno ancora più richiesti e a buon mercato. —


 

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