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Corsa a tappe verso l’Eurozona tra accelerazioni e scetticismi

La Croazia ha avviato l’iter, tarda invece da Bruxelles la luce verde per la Bulgaria L’Est di Visegrad si tiene fuori. E in Cechia il 75% dice no alla moneta unica

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO. La Croazia accelera, la Bulgaria attende buone notizie, la Romania indugia. Il resto dell’Est, in testa i “sovranisti” di Visegrad, si tiene invece fuori dalla corsa, per ora. Corsa per l’adozione della moneta unica che si sta rimettendo in marcia, a Est e nei Balcani.

A ridare spinta al processo è stata la Croazia, che ha messo l’euro nel mirino. È questo «l’obiettivo strategico» di Zagabria, ha ribadito nei giorni scorsi il ministro delle Finanze croato, Zdravko Marić, dopo che l’ultimo Paese ad aderire alla Ue ha presentato formalmente la domanda per essere ammesso nel cosiddetto “Aec II”, quegli Accordi di scambio europei che rappresentano la “sala d’attesa” per gli Stati che aspirano a entrare nell’Eurozona.

E la lettera di intenti inviata la settimana scorsa alle istituzioni Ue e alla Banca centrale europea, in cui Zagabria promette nuove riforme, è stata bene accolta. «Diamo il benvenuto alla volontà delle autorità croate di implementare i necessari elementi per l’ingresso nell’Aec II» e apprezziamo i diversi «impegni presi» per raggiungere l’obiettivo, ha annunciato il Consiglio europeo, dando il suo beneplacito alle misure che Zagabria dovrà adottare, in particolare il rafforzamento dei controlli sul sistema bancario.

Misure che sono la pre-condizione per ricevere luce verde all’ingresso nell’Aec II entro il prossimo anno, anticamera in cui i candidati all’ingresso nell’Eurozona devono sostare per almeno due anni. E allora il 2023, come data d’adozione dell’euro, è un traguardo credibile, ha suggerito il governatore della Banca nazionale croata, Boris Vujčić, mentre ieri il premier Andrej Plenković ha ribadito che il Paese - oggi diviso a metà tra pro-euro e anti-euro, secondo l’ultimo Eurobarometro di aprile - è «sulla buona strada, le istituzioni europee riconoscono gli sforzi riformistici del mio governo».

Non paiono essere del tutto apprezzati invece gli sforzi della Bulgaria, altro Paese in corsa, che aveva inviato la lettera d’intenti per l’ingresso nell’Aec II nel luglio dello scorso anno e si attendeva un via libera in questi giorni. Non sarà così. Luce verde sarà, ma potrebbe arrivare solo entro la fine dell’anno, ha messo le mani avanti già a fine giugno il ministro delle Finanze bulgaro, Vladislav Goranov. Il ritardo comunque non cambia di molto i piani di Sofia, che guarda al 2023 come al momento più realistico per l’adesione all’Eurozona, mentre il Paese rimane spaccato tra chi sostiene l’euro e chi vi si oppone, secondo gli ultimi studi.

Poco o nulla si è mosso invece in Romania - dove gli ultimi sondaggi danno i pro-euro al 61% e i contrari al 31% - dopo che in primavera la premier Viorica Dancila aveva annunciato che Bucarest si propone come «fermo obiettivo» quello dell’adozione dell’euro. Obiettivo, aveva aggiunto il governo romeno, da conseguire «entro il 2024», un anno dopo la Croazia. Ma per ora non ci sono mosse concrete in questo senso.

Ben diverso invece il clima in Ungheria, Polonia e Cechia, dove la moneta unica resta ancora una chimera. A differenza degli slovacchi, che nell’Eurozona stanno addirittura dal 2009, non vogliono l’euro i cechi, con il 75% di secchi “no” alla moneta comune, ha rivelato a fine maggio un sondaggio del Public Opinion Research Centre (Cvvm), una vox populi che avalla la posizione del governo Babis, che già nel 2017 ha stabilito non essere l’euro una priorità.

Così come non lo è neppure nell’Ungheria di Viktor Orbán, malgrado il 66% di favorevoli alla moneta unica – al top a Est – tema tenuto fuori dall’agenda del governo. E neppure nella Polonia dell’alter ego di Orban, Jaroslaw Kaczynski - dove i contrari all’euro sono in maggioranza – che ha ribadito a maggio che Varsavia entrerà nell’Eurozona, solo quando la sua economia sarà completamente al livello di quelle più forti d’Occidente. E visti i ruggiti della tigre economica polacca degli ultimi anni, quel giorno non è poi così lontano. 
 

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