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Kosovo, scatta nel Nord serbo la “serrata” contro i dazi

Giù tutte le saracinesche: commercianti ed esercenti protestano per il raddoppio dei tributi doganali imposto da Pristina sulle merci importate dai Paesi vicini

Stefano Giantin
2 minuti di lettura



Negozi dalle saracinesche abbassate, mercati, bar e ristoranti chiusi, pompe di benzina che si preparano alla serrata. E la paura della gente che presto si arrivi alla tanto temuta «crisi umanitaria» evocata già nei giorni scorsi da Belgrado. È pesante la situazione nel nord del Kosovo, area popolata in stragrande maggioranza da serbi, dove ieri mattina è iniziata una sorta di grande sciopero generale dei commercianti e degli esercenti, dopo che da giorni si erano già registrate carenze di alcuni generi alimentari, in testa latte e formaggi, yogurt, diversi tipi di verdure, farina e olio.

Da ieri, però, i serbi del nord – si tratta di almeno 60-70mila persone - non possono comprare letteralmente niente, né andare dal barbiere, leggere un giornale, farsi riparare l’auto, acquistare medicinali. Tutto chiuso. Il perché lo ha chiarito Rados Petrović, numero uno dell’Associazione dei commercianti dell’area: «La nostra posizione prevede che i negozi chiudano in segno di solidarietà con i colleghi che vendono alimentari e che sono stati maggiormente colpiti» dai dazi maggiorati del 100% sulle merci serbe – e bosniache – introdotti da Pristina a novembre. Quei tributi «non permettono il normale funzionamento dei nostri negozi e perciò chiediamo che siano immediatamente aboliti», ha aggiunto Petrović. Si tratta di una protesta generale «contro i dazi», che dimostra quanto le «barriere commerciali non abbiano senso, nel 21.o secolo», ha confermato ieri mattina il ministro serbo del Commercio, Rasim Ljajić.

Ma c’è di più, dietro la crisi. Nelle ultime settimane, ai dazi – mai veramente del tutto implementati a nord, ha sostenuto il bene informato portale Kossev - si sono aggiunti controlli più serrati a nord da parte delle autorità di Pristina, che hanno prosciugato i canali “alternativi” di approvvigionamento. «Pristina ha rafforzato le verifiche, ha preso ad arrestare gente che trasportava merce usando vie alternative» dalla Serbia, «confiscato furgoni e persino sparato» all’indirizzo di trasportatori, conferma il titolare di un locale nel cuore di Mitrovica nord. E per questo «hanno deciso di non lavorare più», portando all’attuale emergenza. La gente ha ancora da mangiare, spiega ancora l’uomo, «perché per paura ha fatto incetta di generi alimentari nelle ultime settimane. Ma molti dicono che sembra ora di essere come nel 1993, al tempo delle sanzioni». E il problema è serio. Si rischia una «catastrofe umanitaria», ha denunciato la rappresentante politica serba del Kosovo, Ksenija Bozović.

Ma ci sono anche polemiche, con media serbi che hanno denunciato forti pressioni – confermate da abitanti di Mitrovica a questo giornale – sui serbi della città, “invitati” a non andare a comprare nulla a sud, nella zona albanese o nella “Bosnjacka Mahala”, ultimo lembo a nord, quartiere abitato anche da albanesi. Catastrofe su cui Belgrado e Pristina tuttavia, come di consueto, si accapigliano. Pristina, ha accusato già nei giorni scorsi Marko Djurić, il numero uno dell’Ufficio serbo per il Kosovo, vorrebbe affamare i serbi del nord. Pristina ha ribattuto parlando di crisi orchestrata a tavolino dai serbi per mettere in cattiva luce il Kosovo. Si tratta di una montatura per «mostrare i serbi del nord come vittime», ha rincarato ieri il presidente kosovaro, Hashim Thaci. Pristina «aprirà centri di distribuzione all’ingrosso» a nord per risolvere la crisi, ha promesso invece sempre ieri il premier Ramush Haradinaj. Ma sarà difficile che qualche serbo vada a farci la spesa. E anche questa crisi, molto pericolosa, è destinata a durare. —



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