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Impossible burger, quando il mangiare diventa biotec

Burger King ha adottato questo nuovo prodotto vegetale. La scienza, sempre più spesso, porta in tavola piatti che rimpiazzano gli animali. I maggiori clienti? Giovani e colti

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TRIESTE Lo scorso aprile, il gigante del fast-food Burger King (oltre 17mila esercizi in 100 Paesi) ha firmato un accordo con Impossible Foods per aggiungere ai propri menu negli Stati Uniti l’Impossible Burger, un hamburger che ha il gusto e l’aspetto della carne (incluso il “sangue”) ma è fatto interamente di prodotti vegetali ingegnerizzati. L’imitazione della carne viene dalla molecola dell’eme, presente in abbondanza nei muscoli legata alla proteina mioglobina. Nell’hamburger sintetico, invece, l’eme viene prodotta da un ceppo di lievito, modificato geneticamente per produrre la proteina della soia leghemoglobina. Un processo di separazione rompe le cellule di lievito, estrae questa proteina, concentra il liquido che ha lo stesso aspetto rosso del sangue e lo aggiunge a proteine della soia che conferiscono all’hamburger l’aspetto e la consistenza della carne. Frutto dell’intuizione di Pat Brown, un professore di biochimica di Stanford, l’Impossible Burger, ha debuttato nel 2016 nel ristorante alla moda di New York Momofuku Nishi per poi espandersi in tutti gli Stati Uniti in centinaia di ristoranti e catene di fast food, inclusi alcuni con la missione di offrire cibi “organici” e “naturali”.

L’Impossible Burger si presenta attraente perché promette di rimpiazzare gli animali come fonte alimentare, rimediando quindi al rischio che la carne rossa pone alla salute e il danno che l’allevamento intensivo causa all’ecosistema. E’ il primo di tutta una nuova serie di prodotti che stanno arrivando sul mercato. Tra questi un olio di soia che, grazie all’eliminazione di due geni, non produce più grassi saturi. O un altro olio, stavolta di camelina (il falso lino, un parente della colza) ingegnerizzata per produrre omega 3, un supplemento alimentare che fa bene alla salute. Sono le generazioni giovani e colte che abbracciano con gioia questi prodotti. Le stesse generazioni che, negli anni ’90, avevano avversato ferocemente gli Ogm di prima generazione, quelli prodotti dalle multinazionali per migliorare la produzione agricola. O che erano rimaste largamente indifferenti agli Ogm per i Paesi in via di sviluppo, come il Golden rice arricchito di vitamina A, o avevano salutato con freddezza le mele che non diventano marroni quando tagliate o le patate che non marciscono sugli scaffali. Queste stesse generazioni, invece, ora si lasciano convincere facilmente da prodotti ancora più ingegnerizzati, ma che promettono di fare bene alla salute e all’ambiente.

Mangiare biotec è un trend decisamente intrigante per chi si occupa di comunicazione e un’ennesima conferma che le scelte delle persone non sono basate su cultura e razionalità ma su percezione e istinto. —

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