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L'esposto alla Procura di Trieste: «Papà voleva morire, gliel’hanno negato»

L'accusa della figlia di un uomo colto da ischemia. «A Cattinara l’hanno attaccato alle macchine. Violata la legge sul fine vita»

TRIESTE Era forte fino al giorno prima dell’ischemia, Claudio de’ Manzano. «Sì, ottantaquattro anni e in piena attività, lavorava ancora in officina», dice con voce commossa Giovanna Augusta, avvocato del Foro di Trieste. Ma parla da figlia, stavolta, per raccontare la battaglia che ha ingaggiato per chiedere il riconoscimento di un diritto: quello di lasciar morire suo padre. «A Cattinara – accusa – non hanno voluto sospendergli l’alimentazione e l’idratazione, nonostante sia previsto dalla legge sul biotestamento. Ho dovuto portarlo alla Salus, lì non si sono opposti».

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È una vicenda aggrovigliata: c’è una legge, varata nel 2017, ma la volontà della famiglia si è comunque scontrata con il parere dei medici e quello di un giudice. De’ Manzano ha preparato un esposto in Procura, finito sul tavolo del pm Lucia Baldovin.

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Il calvario comincia la notte tra il 16 e il 18 dicembre, quando l’ottantaquattrenne viene colpito da un’ischemia cerebrale. Claudio de’ Manzano viene ricoverato nella clinica Neurologica-Stroke Unit di Cattinara. «Ero sotto choc a vedere mio papà in quelle condizioni, in uno stato di coscienza minima», ricorda la figlia. «Aveva la parte destra del corpo lesa, non parlava e non mangiava più. È stato nutrito prima in endovena, poi con il sondino naso-gastrico». La nutrizione e l’idratazione artificiale, in quanto somministrati con dispositivi medici, sono considerati trattamenti sanitari. Cure, insomma.

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I primi di gennaio Giovanna de’ Manzano inizia a maturare la consapevolezza che il padre non sarebbe più ritornato quello di prima. «A quel punto – osserva – mi sono domandata cosa avrebbe voluto lui in una situazione del genere, per se stesso, anche senza aver mai manifestato la propria volontà con la Dat. A casa avevamo parlato tante volte di fine vita: mi ha sempre detto che non avrebbe mai accettato un’esistenza così, in un letto, in una condizione priva di autonomia, senza poter camminare né parlare, con cateteri e tubi. Ci eravamo quindi promessi che se fosse successo qualcosa, ci saremmo aiutati a far rispettare la nostra volontà».

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Giovanna de’ Manzano si fa quindi nominare amministratore di sostegno dal giudice tutelare. Nel decreto è indicato che l’amministratore ha la facoltà di prestare il consenso informato «in caso di necessità di cure mediche e interventi in rappresentanza esclusiva del soggetto amministrato; di assumere tutte le decisioni in ordine alle terapie ed eventuali sospensioni delle stesse così come previsto dalla legge sul biotestamento n° 219 del 2017».



La norma, all’articolo 3 comma 4, specifica che il consenso sulle cure della persona inabilitata «è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno oppure solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà dell’assistito».



La figlia, dunque, non ha dubbi: «La legge mi permetteva di interrompere l’alimentazione e l’idratazione, cioè le cure. Va detto che l’ospedale non mi aveva nemmeno informato di ciò».



Ma da quel momento in poi per Giovanna de’ Manzano la strada è in salita. «I medici si sono rifiutati di interrompere le cure», rileva la figlia. «Mi hanno chiesto “ma lei vuole ammazzare suo padre?”. Una considerazione del genere è sprezzante».



Forte della sua formazione giuridica di avvocato, de’ Manzano (che si è pure rivolta all’associazione Luca Coscioni), non molla. E cerca in ogni modo di far valere la legge. Anche davanti a un giudice.

D’altronde in caso di conflitto con l’ospedale è proprio la norma (comma 5)a precisare che per chi non ha manifestato la propria volontà con la Dat, (Dichiarazione anticipata di trattamento) – come nel caso del signor Claudio – «la decisione è rimessa al giudice tutelare».

Risultato. Il tribunale consente le dimissioni del paziente ma non l’interruzione delle cure. E lo comunica all’Asuits con una mail. «Pazzesco», commenta la figlia. «Non capisco su quali basi».

A quel punto de’ Manzano si rivolge ad un’altra struttura, la Casa di cura Salus, disponibile all’interruzione delle terapie.

Così è. Nella clinica privata vengono tolti progressivamente l’alimentazione e l’idratazione. L’ottantaquattrenne, sedato, muore il 18 febbraio, dopo una ventina di giorni.

«Mi auguro che nessuno debba mai più trovare tanti ostacoli nell’affrontare un percorso di fine-vita – afferma de’ Manzano – visto che c'è una legge chiara che autorizza e impone la sospensione delle terapie. Quello che ho fatto per mio padre – riflette la figlia – è stato mantenere un giuramento a lui, mio ultimo gesto di amore, e l’amore richiede coraggio. Mio padre è morto di fame e di sede, sedato, e ciò perché non esiste una legge sull’eutanasia in Italia che affronti la morte con più rispetto per la persona». —


 

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