L’Onu lancia l’allarme smog: 5 mila morti l’anno nelle città

Il report stilato su una ventina di centri, dall’Albania alla Serbia, segnala continui sforamenti dei limiti sulle emissioni. Nel mirino carbone e auto obsolete



Le ripetute proteste della gente del posto contro la cappa velenosa che le soffoca, le tante denunce di Ong e ambientalisti. Ma ora anche l’allarme più forte e autorevole, quello delle Nazioni Unite. Che hanno confermato che nei Balcani si muore di inquinamento, in maniera massiccia e preoccupante. A disegnare il quadro è uno studio di UN Environment (Unep), “autorità globale” per la difesa dell’ambiente, ancora non reso pubblico ma che questo giornale ha potuto visionare in una copia preliminare. Lo studio, redatto anche con il contributo dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha voluto tastare il polso – o meglio fiutare l’aria dei vicini Balcani, focalizzandosi in particolare su una ventina di metropoli e città di Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del nord, Montenegro, Serbia e Kosovo.


I risultati principali sono credibili perché basati su misurazioni in generale in linea con gli standard di quella Ue in cui i Paesi dell’area vogliono entrare, e su dati sulla qualità dell’aria raccolti per un minimo di 274 giorni all’anno. I due più importanti parlano di un «inquinamento nell’aria che contribuisce al 15-19% della mortalità totale nelle città» prese in considerazione dalla ricerca, dove «l’aspettativa di vita viene ridotta di 1,1-1,3 anni» causa smog. Il rapporto divulga anche altri numeri allarmanti. «Il numero delle morti totali per cause direttamente attribuibili all’inquinamento dell’aria è di quasi cinquemila all’anno per tutte le città» incluse nello studio, con un record per Belgrado dove le morti sono oltre mille all’anno. Ma si respira male anche a Pancevo, Skopje, Tetovo, Sarajevo, Uzice, Banja Luka, Podgorica.

Cifre spaventose – come quelle che sottolineano i 130 mila anni di vita potenziale persi in un decennio, causa smog - che sorprendono fino a un certo punto. L’Unep ha infatti messo nero su bianco, ad esempio, che «i valori limite di Pm10 sono superati tra i 120 e i 180 giorni all’anno nelle città dei Balcani occidentali», mentre la legislazione europea prevede un massimo di 35. Non solo: il 75% delle aree studiate, con l’eccezione di Vlora, in Albania, supera anche il più generoso «limite Ue di 25 mg/m3 di Pm2.5», già superiore ai 10 stabiliti dall’Oms.

Le cause? Il colpevole numero uno rimane sempre il carbone, ha confermato l’Onu. Ad avvelenare la regione sono infatti soprattutto le «centrali termoelettriche, in gran parte alimentate a lignite». Carbone che resta anche «una delle fonti di riscaldamento» privilegiate nelle case, responsabili del 25% delle emissioni in città come Sarajevo, Zenica e Tuzla. E il 60% della popolazione continua a usarlo, assieme alla legna, come «combustibile per il riscaldamento domestico». È una conseguenza della «povertà energetica», ha ricordato l’Onu, fenomeno che porta la gente a dare priorità all’obiettivo di stare al caldo, piuttosto che a salvaguardare l’ambiente. E una «transizione» ecologica costa e «richiede tempo», anche perché si parte penalizzati. Oggi, si legge nello studio, «circa l’88% delle abitazioni, 7,3 milioni, nei Balcani occidentali usa sistemi di riscaldamento decentralizzato», come stufe e boiler, mentre solo il 12% è collegato ai – costosi per l’allacciamento – sistemi di teleriscaldamento, per altro non disponibili in Paesi come Albania e Montenegro. E poi ci sono le auto, spessissimo di seconda mano, «vecchi veicoli» che affumicano l’aria «e per i quali servono più stringenti limiti», ha raccomandato l’Onu.

Qualcosa, almeno in questo senso, pare muoversi. La Bosnia, uno degli Stati più inquinati della regione, da questo mese ha vietato l’importazione di auto sotto l’Euro 4, come ha fatto anche il Montenegro. Ma bisogna fare di più, ha suggerito lo studio. Colpendo industrie “sporche” e centrali obsolete, immaginando un futuro dove i Balcani non siano più «una delle regioni più inquinate d’Europa», cinque volte rispetto alla Ue. —



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