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I tredici Paesi Ue ultimi arrivati: sì all’Europa che rispetta gli Stati

Riuniti i leader dell’adesione nel 2004. Il Gruppo di Višegrad: più autonomia e rispetto nazionale

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO Al momento dell’adesione furono fanfare e festeggiamenti. Oggi, quindici anni dopo, anche rimostranze e petizioni per una Unione diversa, e non a più velocità. Ma all’Ue non c’è alternativa e nessuno – neppure i membri più "discoli" – vogliono uscirne, ma solo cambiarla. È il messaggio lanciato in occasione del summit “Together for Europe”, organizzato a Varsavia proprio il primo maggio, nel quindicesimo anniversario dell’adesione all’Unione di dieci nuovi membri, Cipro, Cechia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia. Nella capitale polacca – dove gruppi di destra hanno marciato urlando «stop ai diktat di Berlino e Bruxelles» - sono affluiti tutti i principali leader politici dei Paesi in questione – ma c’erano anche quelli di Romania, Bulgaria e Croazia, ammesse nel club europeo che conta qualche anno dopo.

E quello di Varsavia non è stato un vertice banale. L’obiettivo, «fare il punto sui nostri quindici anni nella Ue, discutere la situazione» nell’Europa centro-orientale e prepararsi insieme «per il vertice europeo in Romania, che inizia la settimana prossima», aveva anticipato Michal Dworczyk, il capo di gabinetto del presidente polacco, Andrzej Duda. La promessa è stata mantenuta, con un’ambiziosa dichiarazione congiunta sulla «riunificazione dell’Europa», in vista del summit Ue di Sibiu. Nuovi membri che, nel documento, hanno chiesto di essere «trattati da uguali» a Bruxelles, in politica ed economia. Bisognerebbe anche capire come «accrescere il ruolo dei Parlamenti nazionali nel processo decisionale» europeo, ma l'obiettivo è in testa quello di permettere ai «governi di tutti i Paesi membri» di farsi sentire «su una base di equità».

Sono parole che fanno trapelare il risentimento che permea ancora parti dell’Est, dove molte capitali «si sentono membri di seconda classe della Ue» rispetto all’élite, Francia e Germania, ha sintetizzato la Reuters, sottolineando in particolare la posizione del nucleo duro dell’Europa centrale, i Paesi di Višegrad. Bruxelles «deve lasciare ai Paesi membri le proprie competenze», leggi restituire più poteri, ha dichiarato così dopo il summit il padrone di casa, il premier di Varsavia, Mateusz Morawiecki, parlando non solo a nome della Polonia, ma «con una voce centro-europea unitaria», ha assicurato. Ue che dovrà essere più “decentralizzata” in futuro, deve avere riguardo delle differenze e non cercare a tutti i costi di uniformare i Paesi membri, un approccio «pericoloso», aveva anticipato alla vigilia del vertice lo stesso Morawiecki. Paesi come Polonia e Ungheria, Romania – nel mirino della Ue per tante misure considerate dannose per democrazia e stato di diritto o deboli nella lotta alla corruzione – devono inoltre essere lasciati tranquilli. È «inaccettabile che le autorità europee critichino le istituzioni di alcuni Paesi per pratiche che non vengono biasimate» in patria «o da altre parti».

Ma a Varsavia, malgrado tutto, nessuno ha parlato di uscire dalla Ue, anche se ha «i suoi lati negativi», ha detto il premier ceco Babis, che ha auspicato «un’Europa forte», con al suo interno «solidi Paesi membri». D’altronde, «guardate a Varsavia, Praga o Budapest oggi, ai progressi in Romania, Bulgaria, in Croazia, i vantaggi dell’adesione sono visibili a tutti», ha ammesso il premier croato Plenković, sottolineando l’«enorme successo» dell’Europa unita. —


 

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