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Glauco Mauri: «Il mio Beckett autore di grande tenerezza»

Fino a domenica 12 con Roberto Sturno chiude la stagione alla Sala Bartoli: «Ho scoperto il palcoscenico a quindici anni: in scena l’attore parlava solo a me»

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TRIESTE Un grande maestro della scena italiana chiuderà la stagione della Sala Bartoli del Rossetti: Glauco Mauri sarà infatti protagonista con Roberto Sturno di "En attendant Beckett", una serata-omaggio dedicata a Samuel Beckett, in cartellone fino al 12 maggio. «La nostra compagnia (Compagnia Mauri Sturno, ndr), fondata nel 1981 - racconta l’artista - ha fatto molti allestimenti di Beckett, ma questo spettacolo è molto particolare perché propone un Beckett inedito, che passeggia per le vie di Parigi chiedendo informazioni e non lo scrittore cupo e misterioso cui siamo abituati. Vengono riportate le sue frasi più celebri insieme a due poesie generalmente poco conosciute, alcuni brani di romanzi e suoi fogoranti appunti e pensieri. Poi facciamo "Atto senza parola" e "L'ultimo nastro di Krapp", piccoli capolavori, cui tengo particolarmente, perché sono stato io a portarli in scena per la prima volta in Italia nella stagione 1960-61».

Beckett è un autore che parla all'uomo d'oggi?

«La vita che Beckett descrive è complicata, ma in lui la tragedia del vivere può diventare una farsa e la farsa del vivere si può trasformare in tragedia. Tutti i suoi eroi sono esseri infelici, disadattati, muti o ciechi. Ha creato come protagonisti dei suoi racconti uomini che sono stritolati dalla vita, che racconta in tutte le sue sfumature più angosciose. Ma non è solo lo scrittore del "teatro dell'assurdo" come pensano tutti. Per me è un grande poeta che parla della difficoltà del vivere dell'uomo, con una grande pietà e una grande tenerezza: parole insolite per l'uomo del 2019. Non mi vergogno di dire che all'uomo di oggi manca la tenerezza».

Come reagisce il pubblico a Beckett?

«L'anno scorso eravamo all'Eliseo di Roma con "Finale di partita". Dopo una replica pomeridiana, due signore anziane, molto semplici e sobrie, con un po' di imbarazzo, mi hanno detto: "Noi oggi non abbiamo capito tutte le parole, ma ci sentiamo più ricche". Erano ricche di umanità: è quello che io penso debba essere il teatro ed è la grande capacità di Beckett. Lui stesso diceva: non ci tengo tanto alla comprensibilità totale del testo, ma voglio che emozioni il pubblico. Anch'io la penso così: con l'emozione si arriva sempre, anche al pubblico meno colto, meno adatto».

Ed è questo che la guida nella scelta di un autore?

«Parto sempre da un'emozione nella scelta dei testi che voglio fare. I grandi - Dostoevskij, Shakespeare, lo stesso Beckett – hanno un tratto fondamentale in comune: non giudicano mai l'uomo, cercano sempre di comprenderlo. È la grandezza dei grandi. Come interprete punto sull'emozione e sul porre interrogativi al pubblico. Noi interpreti abbiamo una grande, meravigliosa responsabilità: raccontare delle favole scritte da grandi poeti dell'umanità che parlano della nostra vita. Il teatro può aiutare a tentare di capire un po' la vita, ma alle volte bisogna prima arare il terreno, ed è a questo che serve la cultura, altrimenti non cresce nulla».

Com'è nata la sua passione per il teatro?

«Ho avuto una luminosa infanzia di povertà: mia madre faceva l'infermiera, andava in giro in bicicletta, parlava solo dialetto, ma mi dava i soldi per andare a teatro. A Pesaro passava molta lirica e c'era sempre la coda per entrare: ho avuto modo di sentire i più grandi cantanti da ragazzo. Poi a 15 anni ho deciso di andare a vedere la prosa. Andava in scena "Papà Lebonnard", me lo ricordo come adesso, il teatro mezzo vuoto, ma a un certo punto mi rendo conto che il protagonista sta parlando a me, e io gli rispondevo. Nessuna Traviata, nessun Rigoletto aveva cantato solo per me, nessun Marlon Brando aveva recitato solo per me. Lui invece parlava solo per me: un essere umano che parla a un altro essere umano. Solo il teatro ha questa forza. Per me è stata una scoperta fondamentale per capire il mio modo di fare teatro». —

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