I ragazzi del cricket e il campo fai-da-te «Pronti a pagare per poter giocare»

Nello spazio inutilizzato in via Timavo ormai sette squadre: «Non troviamo il proprietario, vorremmo tagliare l’erba»



Cricket, croce e delizia. Delizia, perché ogni piccolo bengalese è cresciuto a pane, mazza, pallina e guantone. E per un tifoso Sachin Tendulkar, ex crickettista indiano considerato il miglior battitore di tutti i tempi, sta a questo sport come Diego Armando Maradona al calcio. Croce perché da almeno 15 anni la comunità asiatica si arrabatta da un capo all’altro della città nell’affannosa ricerca di un campo da gioco. Provate a togliere due pali e un pallone a un ragazzino, vedrete cosa succede. Bè lo stesso accade agli adolescenti bengalesi. Trovano comunque un modo di scendere in campo. Anche trasgredendo alle regole. È accaduto non più tardi di venerdì sera in via Fermi, dove la Polizia locale è dovuta intervenire, su sollecitazione dei residenti che verso le 19 hanno segnalato un match in corso ai giardinetti. Data la vicinanza alle case e il rischio che la pallina potesse procurare noie, i vigili si sono visti costretti ad allontanare le squadre, disperdendo il capannello di sportivi. Nessuna multa, però.


Il rebus del cricket è rimasto irrisolto sotto l’amministrazione Altran, nonostante le promesse del centrosinistra a concedere un terreno, mentre con l’esecutivo Cisint il problema non si è posto proprio: il cricket è vietato in tutti i parchi. Non per questo i giovani bengalesi hanno smesso di giocarci. Inoltrandosi alla remota periferia est di Monfalcone hanno infine trovato un campo dove sembra non diano fastidio a nessuno. In via Timavo, grosso modo di fronte all’Enfap, da quasi due mesi i giovani si trovano, al sabato pomeriggio e alla domenica subito dopo il pranzo, con mazza e pallina. Lo racconta uno di loro, Tanim Hossain: «Abbiamo provato a capire chi sia il proprietario del terreno, rivolgendoci anche al Comune, ma non ne siamo venuti a capo». Si vorrebbe chiedere il permesso di tagliar l’erba e, se necessario, i ragazzi sono disposti anche «a pagare un affitto, fino a 2 mila euro l’anno, pur di veder garantito il diritto al gioco», così Tanim.

«È una storia lunga, quella del cricket, che va avanti da 15 anni – spiega Jahangir Sarkar dell’Associazione genitori bengalesi –. Abbiamo parlato con tutti: Fincantieri, Comune e Coni, ma è sempre finita in niente. Ogni volta una marea di difficoltà. E però si tratta di un problema che va risolto e penso che prima o poi ce la faremo, perché è un bisogno del territorio. Comunque non si tratta solo di Monfalcone: nei comuni vicini è la stessa musica». Secondo la comunità bengalese sono almeno 150 i ragazzi desiderosi di praticare lo sport. Al momento si contano comunque 7 squadre (il cricket si gioca a 11) e un paio partecipano al torneo di Venezia, «perché lì, a cricket, lasciano giocare», dicono i diretti interessati. I giovani, pur davanti all’impossibilità di trovare una struttura dove praticare la disciplina (l’Area verde è off-limits: vigili già ripetutamente intervenuti), non ne fanno una questione di discriminazione o, peggio, razzismo. Per loro il problema è dato dal fatto che il cricket, una disciplina che può apparire poco comprensibile ai neofiti, non è conosciuto dagli italiani. «Potrebbe essere interesse della Fincantieri, che segue diversi sport e pure l’hockey, creare un campo per la comunità – osserva sempre Sarkar –, tuttavia per ora nessun impegno». Sono infatti diversi i giovanissimi lavoratori cantierini che, timbrato il cartellino, escono dalla fabbrica e si mettono alla ricerca di un campo per disputare una partita dello sport preferito. Tra questi, appunto, il giovane Tanim Hossain, operaio in una ditta dell’appalto. —





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