I dieci alleati triestini dei big nella sfida sul Museo del mare

Damiani, Bradaschia, Torlo, Cervesi, Mads, MetroArea, Skabar, Waltrisch, Bisiani  e Guagnini i professionisti con le archistar. E c’è anche il monfalconese Morena



È possibile che vi siano anche professionalità triestino-giuliane nel futuro Museo del mare al Magazzino 26 in Porto vecchio, uno degli impegni più importanti della città, accompagnato da un budget di 33 milioni di euro. È possibile che architetti autoctoni lascino il segno nel trasformare l’enorme contenitore in un sito culturale di fascia alta, perché 9 importanti studi italiani ed esteri sui 17, che hanno presentato offerte per progettare il Museo, si avvalgono di collaborazioni locali.


Venerdì Santo ha visto completare la prima fase di verifica documentale delle “candidature” da parte del “seggio di gara” formato dai dirigenti Lucia Iammarino e Riccardo Vatta: due delle proposte stanno fruendo del cosiddetto “soccorso istruttorio”, cioè della possibilità di integrare/chiarire il dossier preparato. Dallo spoglio delle buste sono così emerse le 9 cordate, una delle quali potrebbe essere la vincente diventando così l’associazione temporanea professionale incaricata di disegnare un Museo del mare ultramilionario. La parcella in palio è di 1,6 milioni di euro.

Vediamo allora le combinazioni uscite dalle urne. Lo studio genovese Atelier (s) di Alfonso Femia dialoga con Giovanni Damiani. Ricardo Bofill, dalla sua Barcellona, si rapporta con Maurizio Bradaschia. Il vicentino Franco Stella lavora con Enrico Torlo e con Cervesi&Cervesi. Il sivigliano Guillermo Vazquez Consuegra ha come suo interlocutore alto-adriatico lo studio Mads, dove un associato, Ermanno Simonati, è uno dei responsabili tecnici del centro congressi Tcc. Il milanese Obr (Brescia e Principi) ragionerà con il MetroArea di Tazio Di Pretoro e Giulio Paladini. Tectoo, fondato a Sesto San Giovanni da Susanna Scarabicchi già partner di Renzo Piano, ha come riferimento in loco Erika Skabar. Da Rotterdam Oma di Rem Koolhasi si connette con Dimitri Waltrisch. La filiale milanese di David Chipperfield presidia la piazza attraverso le consulenze di Thomas Bisiani (presidente dell’Ordine) e di Aulo Guagnini: una curiosità, uno degli “associate directors” del Chipperfield meneghino è il triestino Cristiano Billia. Abbiamo anche un contributo monfalconese - per questo in precedenza avevamo usato la maggiore inclusività giuliana - con Francesco Morena che si coordina insieme allo studio catalano Gina. Totale: 9 cordate con 11 studi di Trieste & dintorni.

Naturalmente muoversi di conserva con architetti del luogo è una scelta: ci sono infatti studi, come quello bolognese di Mario Cucinella, che agisce attraverso propri “sherpa”.

La dirigenza comunale pensava di nominare la commissione esaminatrice in tempi strettissimi, addirittura pre-pasquali: le cose vanno un po’ più per le lunghe, lunedì prossimo Enrico Conte e Lucia Iammarino faranno il punto. L’idea era quella di un triumvirato Comune-Soprintendenza-Università, ma pare che palazzo Economo nutra perplessità sul proprio coinvolgimento. La giuria avrà a disposizione un paio di mesi per affidare l’incarico che si protrarrà poi per un periodo di 240 giorni. Diciamo, fino alla vigilia di Esof.

Chiamatosi fuori Bisiani per evidenti ragioni di bon ton, a esprimere un primo giudizio su quantità/qualità dei competitori è Andrea Benedetti, sotto il triplice profilo di professionista, di docente universitario, di esponente dell’Ordine. «Un buon risultato», esordisce l’architetto triestino riferendosi alle proposte giunte da illustri studi nazionali ed europei. «L’asticella, per partecipare alla gara, era alta. I parametri, a cominciare dal fatturato richiesto - continua Benedetti - erano importanti e tali da poter essere affrontati da studi professionali in grado di effettuare rilevanti investimenti organizzativi, sia per struttura che per risorse». Sorridendo, Benedetti definisce la selezione «crudele», una «crudeltà fisiologica» perché legata a un tipo di confronto ad alta temperatura. Quello che Benedetti si augura è che dalla gara esca un lavoro di pregio. Per due motivi. Il primo è che si tratterà di un progetto “sintesi” tra allestimento, restauro, riuso funzionale. Il secondo è che il Magazzino 26 rappresenterà un ineludibile riferimento per leggere e interpretare il recupero di tutti gli hangar di Porto vecchio: l’architetto-professore si preoccupa affinché ogni progetto non segua una propria strada, con il rischio che Porto vecchio divenga un “arlecchino” di disegni. Certo, è ben vero che quasi vent’anni fa la Soprintendenza ha impostato un regime di vincolo che consente di monitorare lo sviluppo dell’area. Ma a luglio dovrebbe essere messa all’asta una quarantina di edifici: il loro recupero avrà bisogno di un modello. —



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