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L’Alinari divorzia da Trieste, addio al museo a San Giusto

Dopo meno di tre anni chiude lo spazio sulla fotografia digitale al Bastione fiorito. Rossi: «Nonostante il traino del Castello quella realtà non è riuscita a decollare»

TRIESTE Dissolvenza incrociata. L’Alinari Image Museum scompare dal panorama triestino a neppure tre anni dall’inaugurazione e lascia il vuoto al Bastione fiorito del Castello di San Giusto. Il museo, dedicato alla fotografia digitale (il primo in Europa come avevano spiegato all’epoca i gestori), finirà la sua breve vita con la mostra “riciclata” di Folco Quilici “I mari dell’uomo”. La mostra, dopo lo sciopero di fine anno che ha interrotto l’esposizione di Nino Migliori, è stata aperta lo scorso 10 febbraio e chiuderà i battenti, prorogata, il 26 maggio, in contemporanea con il voto europeo. «L’affermazione “dopo Quilici si vedrà” sta solo a significare che stiamo lavorando alla mostra successiva che verrà presentata all’Aim dopo la fine della mostra di Quilici, probabilmente a fine aprile. Il tema resta ancora una delle sorprese dell’estate triestina», scriveva al Piccolo il 22 gennaio Claudio de Polo Saibanti, presidente della Fondazione Fratelli Alinari. In realtà la versa sorpresa è stata la lettera di recesso anticipato inviata al Comune di Trieste il 26 febbraio (16 giorni dopo l’inaugurazione della mostra di Folco Quilici), con preavviso di sei mesi, dal contratto-concessione dei 500 metri quadrati del Bastione fiorito.



Un atto unilaterale di cui l’amministrazione comunale ha dovuto prendere atto andando anche a chiedere alla Fondazione Fratelli Alinari 6.100 euro per l’utilizzo dell’energia elettrica del Castello di San Giusto dal 20 giugno 2016 al 19 dicembre 2017 (da allora in poi l’elettricità è stata offerta dal Comune). «Non è stata una scelta consensuale. Non abbiamo sollecitato l’abbandono, sono stati loro a recedere dal contratto. Vogliono chiudere. Alinari non è solo Trieste. Evidentemente qui non sono riusciti a fare decollare il loro museo. Non ha mai dato risultati in linea con la crescita del Castello che ha raddoppiato i visitatori», spiega l’assessore alla Cultura Giorgio Rossi, che non si straccia, pare, troppo le vesti per la perdita. In realtà quello di San Giusto era l’unico spazio espositivo dell’Alinari. Il Museo nazionale di Firenze, quello di Santa Maria Novella, è chiuso a tempo indeterminato fin dal 2014.



La prestigiosa Fondazione Alinari sembra dunque gettare la spugna e alzare bandiera bianca sul fronte museale. L’Aim ha avuto fin dall’inizio problemi di immagine. Il museo, prigioniero del Castello di San Giusto (con cui condivideva biglietteria e bookshop), non è riuscito mai a sfondare. Mentre il Castello nel 2017 superava i 100 mila visitatori, l’Aim con le sue mostre importanti (“Robert Capa in Italia”, tra le altre) non riusciva a toccare neppure gli ottomila visitatori. «Non sono mai riusciti a fare numeri nonostante un prodotto di altissima qualità. Il problema è che il triestino non è avvezzo a pagare biglietti di una certa levatura. È sicuramente una perdita per il Castello. Non era male avere all’interno una cosa multimediale. Se non ci ripensano e si libera faremo una manifestazione di interesse per il Bastione fiorito», osserva Rossi, che resta pragmatico. Morto un museo, avanti un altro. I rapporti tra l’Alinari e e l’attuale amministrazione non sono mai stati idilliaci. In questi due anni e sei mesi si sono ripetuti gli scambi di accuse sulla mancata promozione del museo.

«È una situazione che mi preoccupa. Il Castello ha fatto l’anno scorso 125 mila visitatori. Un boom eccezionale di cui però non ha beneficiato l’ Alinari. C’è un problema di marketing, manca la comunicazione e forse il biglietto è esagerato. Come titolari del Castello siamo parti in causa. Non possiamo certo abbandonare la zattera del museo Alinari al suo destino», dichiarò Rossi a gennaio dopo lo sciopero ricordando anche i 60 mila euro dati dal Comune all’Aim nel 2018 per una mostra sui fotografi triestini. «Sono molto contento che l’assessore di origine istriana definisca Alinari una zattera, come quelle che navigano tra Rovigno e Capodistria. Il numero di visitatori è la parte dolente dell’Aim, ma c’è un problema di base: chi vuole visitare le mostre dell’Aim deve pagare una marchetta di tre euro al Castello. In due anni e mezzo non sono riusciti a fare un biglietto solo per l’Aim. Una cosa vergognosa», replicò de Polo Saibanti. La zattera dell’Aim è finita subito dopo alla deriva nei mari dell’uomo di Folco Quilici.



Nell’aprile 2017 altre accuse del presidente Alinari: «Abbiamo la sensazione di essere trasparenti rispetto a questa amministrazione che finora non ha fatto nulla per comunicare la nostra presenza a Trieste. Inutile aprire un museo se poi non fai sapere al pubblico che esiste».

Un museo costato la bellezza di due milioni di euro. «Come Alinari - spiegò de Polo Saibanti nel 2016 - abbiamo impegnato 850 mila euro, tra il copyright per nove anni e i lavori di allestimento. Il Fondo Trieste ha destinato 90 mila euro. La Regione ha stanziato 600 mila euro, mentre l'apporto del Comune è valutato attorno ai 360 mila euro, equivalenti alla concessione gratuita degli spazi per nove anni». Alla fine ne sono bastati meno di tre. —


 

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