Trieste, così rinasce il punto franco

La nuova vita del porto dopo l’intesa con i Dragoni e Vienna al centro dei traffici nel Mediterraneo



Un colossale deja vu nel passato del più grande emporio commerciale dell’era asburgica. Lo scalo di Trieste ha una storia pluricentenaria (il 18 marzo 2019 ha festeggiato i trecento anni) ed è l’unico porto franco d’Europa. Un efficiente sistema integrato tra lo scalo e la rete ferroviaria (già esistente, ma resa più efficiente) rappresenta poi uno dei principali motivi che stanno alla base della crescita del porto guidato dal presidente dell’Authority Zeno D’Agostino; artefice di uno storico accordo sulla Via della Seta. Il porto, in asse con il colosso China Communication Construction Company, diventa uno snodo nevralgico dei traffici nell’Europa centrale e cuore delle esportazioni in Cina e nel Far East delle nostre Pmi. Dallo scalo già partono e arrivano 10mila treni l’anno che portano le merci in buona parte del Vecchio Continente. Un fenomeno commerciale e industriale di cui si è accorta l’opinione pubblica mondiale dopo gli accordi Cina-Italia che turbano i sonni di Trump. Il Memorandum fra il governo italiano e Pechino costruisce come un grande ideogramma il nome di Trieste. Come ha osservato di recente il presiedente della Fondazione Italia-Cina Vincenzo Petrone «i traffici commerciali fra Oriente e Europa si realizzano per il 90% per via marittima e con il raddoppio del canale di Suez le grandi navi cinesi approdano nei porti del Mediterraneo». Per questo «la nuova Via della Seta costituisce la sfida sistemica più ambiziosa in termini di raccordi intercontinentali, connettività euroasiatica, investimenti, produttività ed efficienza logistica». E senza rischi di assimilazione come è accaduto con il porto del Pireo, ha scandito D’Agostino. Intanto sullo sfondo di un grande ritorno alla Mitteleuropa il governo austriaco progetta il ripristino dell’antica linea ferroviaria fra la città di Svevo e Vienna. Partita ferroviaria entrata anche nel mirino dei cinesi che sarebbero interessati ai lavori di ampliamento del Molo VII, affidato in concessione a Trieste Marine Terminal e destinato alla movimentazione di container, che sarà allungato di cento metri. Ma sono i numeri che parlano di una costante crescita dei traffici per uno scalo capace di movimentare quasi 63 mila tonnellate di merci nel 2018, nuovo record storico che conferma il porto triestino al primo posto in Italia per volumi totali. Mentre la quantità di petrolio immessa nell’oleodotto è in calo dell’1,18%, i container si scatenano su volumi importanti (75.426 Teu) in crescita del 17,23%.


D’Agostino ha ricordato più volte che il Porto Franco ha aperto la città dal punto di vista economico, sociale e religioso. Da qui la grande rinascita rilanciando l’antica assetto istituzionale e normativo teresiano. In una parola: ritorno al vecchio emporio della Mitteleuropa. Anche sull’onda di questo storico deja vu è partita la prima Free Zone industriale. Negli spazi ricavati nell’area che fino a pochi mesi fa era del colosso motoristico finlandese Wärtsilä, nel Comune di San Dorligo della Valle, su una superficie complessiva di 240 mila metri quadrati, 70 mila dei quali al coperto, è nata Freeeste, un punto franco di retroporto con aree per la logistica, lo stoccaggio, il confezionamento e l’imballaggio delle merci e la manifattura, valide non solo per l'import ma anche per le esportazioni di merce in regime extradoganale. Operazione da 21 milioni, frutto dell’intesa fra vari soggetti, a cominciare dall’Interporto di Trieste, per proseguire con Autorità portuale, Prefettura, Regione, Comune di Trieste. «Questa è un’operazione fondamentale - ha detto Giacomo Borruso, presidente dell’Interporto di Trieste - perché ha permesso la realizzazione di un’area retroportuale adeguata alle attuali esigenze di sviluppo dello scalo giuliano». Anche nella pregiata casa di spedizioni triestina Francesco Parisi, dove tutto sia rimasto come cristallizzato al 1807, anno di fondazione, ci si prepara alla grande svolta. Nell’open space dove lavorano gli impiegati sembra di sentire il ticchettio delle telescriventi che annunciano l’arrivo delle grandi navi piene di spezie e tessuti. Matteo Parisi con la regia del padre Francesco e il fratello Pier Tomaso, guida questa storica azienda di famiglia, uno dei nomi simbolo della Trieste emporiale che di recente ha ceduto il 18,3% del Molo VI alla turca Ekol.

La vera sfida dei prossimi anni oggi oggi si chiama piattaforma logistica, l’imponente terminal multipurpose da 132 milioni per le navi portacontainer e traffici ro-ro. Il gruppo Parisi ha ottenuto la concessione trentennale il primo settembre 2014 come socio principale con il 46% di Piattaforma Logistica Trieste Srl costituita assieme alla Icop del costruttore Vittorio Petrucco (44%), Interporto di Bologna (6%) e Kosmo Ambiente (4%). Con l’intuizione tipica delle grandi famiglie, la Parisi ha portato a Trieste uno dei migliori top manager nel settore della logistica portuale, per 25 anni numero uno del porto di Capodistria (presidente dal 2014 al 2017), Dragomir Matić. La piattaforma logistica è destinata a diventare la più importante opera in costruzione nel sistema dei porti adriatici mentre si prepara l’ingresso del colosso China Merchants Group. I lavori, già completati al 75%, dovrebbero concludersi nella seconda metà di quest’anno. Con fondali superiori ai 14 metri c’è in progetto il raccordo con una grande piastra ferroviaria e un futuribile Molo Ottavo. Fra Vecchia Austria e Dragoni imperiali il porto triestino è rinato a nuova vita. —



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