La denuncia: «contratti irregolari nei cantieri».  E l’edile “diventa” un contadino

Operai al lavoro in un cantieri in un'immagine di repertorio

Parla il sindacato Fillea Cgil in seguito alle ispezioni svolte nei siti di lavoro triestini. Marega: «Si utilizzano dettati impropri come quello dei metalmeccanici»

TRIESTE Accade che l’edile può trasformarsi in contadino e viene quindi retribuito in base a contratti che regolano il lavoro in campagna... Ma cosa c’entra l’edificare una casa con la coltivazione dei campi? In apparenza non c’entra, ma finisce con il centrarci se l’impresario, per risparmiare sull’impianto salariale e contributivo, paga l’edile come fosse un bracciante: d’altronde, se fa buchi in terra, in cosa si discosta da un operaio agricolo? Non è l’unica “stranezza” rilevata dai funzionari Cgil che verificano le condizioni contrattuali e lavorative nei cantieri edili triestini. «Il campionario delle irregolarità è ricco», osserva il segretario della Fillea Cgil Massimo Marega. Il quale, dopo aver narrato la parabola del muratore/contadino, ha pronto un altro racconto, che stavolta parla di edili serbi che sì lavorano nei cantieri di Trieste italiana ma sono legati a contratti dal punto di vista normativo-stipendiali serbi. «In un cantiere - incalza la denuncia di Marega - si possono trovare simultaneamente il contratto edile, il metalmeccanico, il multiservizi, quello di altri Paesi (soprattutto dell’Est), oltre ai casi estremi come il ricorso a quello agricolo. In Friuli, addirittura, è stato segnalato un contratto da badante!».

Il settore in crisi ha indubbiamente agevolato un dumping sociale assai pericoloso. Infatti il ragionamento di Marega parte dai numeri della Cassa edile, che a fine 2018 documenta l’attività di 383 aziende e di 1501 addetti, in netto decremento rispetto ai 2800 lavoratori e e alle 569 imprese censiti nell’ottobre 2008, prima del grande gelo. L’evasione/elusione dei contratti edili potrebbe riguardare - la stima sul 2018 è ovviamente approssimativa - 600-650 lavoratori, generando così un mancato introito per la Cassa valutabile all’incirca in un milione e mezzo di euro. Le imprese regolari pagano un muratore 1500-1600 euro/mese, moltiplicati per quindici mensilità. Sommando paga e contributi, un lavoratore costa tra i 40 e i 50 mila euro all’anno. E’chiaro che l’abusivo investe sul dipendente molto meno.

Marega fa riferimento, sulla scorta di indicazioni provenienti da Cassa edile, alla forte diffusione nei cantieri dei contratti metalmeccanici: certo, è già meglio rispetto al “nero” più buio, ma si tratta comunque di una manovra elusiva con una sensibile contrazione salariale. «I ponteggiatori - esemplifica il dirigente cigiellino - sono ormai contrattualizzati come metalmeccanici. A noi questo andazzo non piace, perchè nello stesso luogo di lavoro non possono esservi discriminazioni di trattamento». «Meno soldi, meno diritti, rischiamo una pericolosa deregulation sociale - riprende Marega - tanto più che il 60% degli edili a Trieste non è italiana ed è in buona parte proveniente dai paesi della ex Jugoslavia». Tra l’altro la crisi ha eliminato molte delle imprese maggiori, quindi si pone un problema di accentuata frammentazione, che rende difficile alla micro-impresa partecipare alle gare d’appalto pubblico. Marega ha letto il programma triennale comunale riportato nel Dup 2019-21: 100 milioni di opere, perlomeno sulla carta. Non mancano critiche: Porto vecchio non diventi una nuova Porto Piccolo, attenzione alla sicurezza nella ristrutturazione della galleria Foraggi-Montebello. Preoccupazione, infine, per il blocco dei lavori a Cattinara. —


 

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