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Caso Stamina, la verità del Burlo sulle attività svolte da Andolina

Sfilano in aula gli ex manager: cosa facesse il medico nel laboratorio era noto. Resta irrisolto il nodo dei due trattamenti “fantasma” contestati dal pm

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TRIESTE I vertici del Burlo sapevano che Marino Andolina stava praticando il metodo Stamina nel 2009 nel laboratorio dell’ospedale, ma dopo le loro deposizioni resta al momento irrisolto il nodo dei due trattamenti contestati su cui è incardinato il processo per peculato a carico dello stesso Andolina.

Questo è quanto emerge dalla seconda udienza del processo che riguarda il medico triestino, difeso in aula dall’avvocato Alessandro Delbello, accusato appunto di due casi di peculato nei confronti dell’istituto, rappresentato come parte civile dall’avvocato Guido Fabbretti. Davanti al collegio penale presieduto da Enzo Truncellito, a latere Alessio Tassan e Francesco Antoni, hanno testimoniato Furio Bouquet, all’epoca dei fatti presidente del Comitato indipendente di Bioetica, Mauro Melato, direttore generale dal 2010 al 2015, e Giampaolo Canciani, direttore sanitario del Burlo dal 2007 al 2010.

Secondo il pm Antonio Miggiani, Andolina avrebbe eseguito il metodo Stamina tra il 2008 e il 2009 al Burlo su due pazienti senza informare i vertici, usando indebitamente gli spazi di via dell’Istria. Le testimonianze sono state invece generiche, al punto che il giudice Truncellito ha più volte ricordato che il procedimento è uno stralcio che fa riferimento solo a due casi specifici, non all’intero caso Stamina già chiuso con dei patteggiamenti, tra i quali quello dello stesso Andolina.

Bouquet ha confermato che il Comitato era al corrente della volontà di Andolina di utilizzare la terapia. Nonostante non vi fosse nessuna documentazione medico-scientifica, era stato espresso parere favorevole, questo anche sulla base del decreto Turco per le cure compassionevoli. Bouquet ha spiegato che dopo i primi risultati negativi si era data libera scelta al medico che seguiva il metodo Stamina di proseguire o meno: a quel tempo, ad Andolina, era subentrato Alessandro Ventura, il quale aveva deciso di andare avanti per alcuni mesi.

Melato, diventato dg nel 2010, quando l’autorizzazione a proseguire con la ricerca su Stamina era già stata ritirata, ha evidenziato che l’accordo con Stamina Foundation era stato gestita dal suo predecessore, Mauro Delendi. Furono «anni terribili», ha ricordato in aula Melato, perché tante persone che avevano ricevuto una prima infusione richiedevano di poterne fare altre. Infine è stata la volta di Canciani, che ha riferito come vi fosse un accordo con Stamina, ma solo per la ricerca, e che quindi non era prevista la possibilità di effettuare materialmente le infusioni. Le stesse infusioni che erano state invece autorizzate in quel periodo dai tribunali come cure compassionevoli. Canciani ha poi confermato che Andolina aveva libero accesso all’istituto essendo il responsabile dei trapianti di midollo.

Sul tema del consenso informato è stato acquisito dal giudice un tipo di modulo sottoscritto in quel periodo dai pazienti di Andolina e che lo stesso Canciani non ha riconosciuto in aula. Tutti hanno comunque sottolineato la «grande professionalità» di Andolina, primario del Reparto trapianti e tra i primi a effettuare quello di midollo osseo, pure per il suo impegno costante anche in quelli che dovevano essere i suoi giorni liberi. Il medico, peraltro, è stato assolto dall’accusa di peculato dai garanti della dirigenza medica. —




 

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