Franco, cioè libero: di far attraccare il nuovo e spiegare le vele al futuro

Libero. Il vocabolario definisce così in prima accezione l’aggettivo franco: quelle relative a usi marinari e commerci seguono, qualche riga dopo. Magari in un Leopardi franco sta per ardimentoso, a volte fin troppo, quasi a risultare sfacciato. Ma il Porto di Trieste (ri)nasce a significare libertà.

Non un ossimoro, pur considerando la provenienza imperiale del gesto: non fu generosità quella di Carlo VI, confermata e ampliata poi da Maria Teresa, ma sguardo lungo per consolidare un potere che non si accontentava di avere uno sbocco sul mare ma intendeva farne ulteriore ragione di forza e ricchezza.

Non a danno di un territorio, ma valorizzandone con un’intuizione e una strategia (che in fondo resiste da tre secoli) le potenzialità non ancora espresse. E favorirne la crescita: passando nel tempo dall’esenzione dai dazi all’esenzione da un sottomettersi ad altri, una forma di libertà. Che non era solo riconoscenza (non usava negli imperi) verso chi più di quattro secoli prima si era inginocchiato a Vienna nell’offrirsi in cambio di una liberazione dal serenissimo giogo veneziano: era l’idea che in quel crocevia di terre e di genti al culmine del Mediterraneo potesse nascere qualcosa che prima non c’era, da nessuna parte, qualcosa che si sarebbe rivelato unico e persistente non solo per il volere delle loro maestà ma anche attraverso un genius loci ancora in embrione.

E intorno all’uso di quella libertà Trieste ha cucito nel tempo, e al tempo strappato molte volte, la tela del suo destino: che 300 anni dopo sembra poter tornare a sciogliersi come vela in rotta verso il futuro. Un orizzonte, un approdo di cui l’irripetibilità di Trieste e dei giuliani, qualunque sia il loro ceppo d’origine, resta un punto... franco, sì: nel senso (sempre seguendo il vocabolario) di sicuro di sé, consapevole di non avere le colpe che la storia a volte è sembrata volerle attribuire dividendo e infierendo, schietto e sincero. E dunque aperto: pronto ad accogliere il nuovo e le sfide che porta con sé, in termini di persone come di tecnologia, di economia come di geopolitica. Rinnovando l’intuizione dell’imperatore: che da qui, ad avere lo sguardo lungo, si può vedere e partendo da qui si può attraversare il mondo come esserne attraversati.

Purché questo sguardo non si attardi a contemplare una fortuna che la salsedine e l’ignavia hanno un po’ arrugginito, né si fermi ai confini circostanti perdendosi in dispute di campanile. Che poi l’attualità (o molta approssimazione mediatico/politica) riproponga per Trieste il ruolo di capro espiatorio o di fantomatica trincea in uno scenario di conflitto transcontinentale non sappiamo se farà parte della storia o sia solo un’ulteriore prova per questa terra.

Di mettere a frutto il dono della sua storia: quell’essere Europa, in un’Europa che oggi non ha bisogno di scogli su cui far infrangere nemici (tanto più se altrui), ma di porti a cui ancorare progetti di coesione e crescita; che non ha bisogno di baluardi né di altre incertezze, ma di naviganti sicuri e coraggiosi, anche in mari sconosciuti. E quel senso di libertà, quell’essere franco: che a volerlo e saperlo usare, si fa la storia. Cioè quella cosa che, diceva una buona canzone, siamo noi: e la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. —

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