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Dai corsi di Neuroscienze al business dei casalinghi. La Via della Seta che già c’è

Viaggio alla scoperta del nuovo volto della comunità cinese triestina tra prove di integrazione, dinamismo culturale e mobilità scientifica

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Dei bimbi di nazionalità cinese mentre festeggiano il loro Capodanno al liceo Carducci-Dante di Trieste 

E' l'anno del Maiale: i cinesi festeggiano il Capodanno al liceo Dante di Trieste

TRIESTE «I cinesi a Trieste sono alla terza e alla quarta generazione, la nostra comunità ormai si sta integrando davvero». È sabato sera di fine marzo 2019, i clienti iniziano ad affollare il ristorante Cina Cina di viale XX Settembre e da dietro al bancone Maurizio, 30enne italocinese, sintetizza così il contesto in cui vive la sua famiglia, in cui cresce sua figlia. Facciamo un salto indietro di poco meno di due secoli.

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È il 1822 e la fregata Carolina è di ritorno a Trieste: è la prima nave austriaca ad aver traversato mezzo mondo per arrivare in Cina. I legami commerciali tra il porto dell’Impero asburgico e il Regno di Mezzo esistono già da qualche decennio, dalla fine del Settecento, ma l’arrivo della Carolina, si legge sul sito del Civico museo d’arte orientale, farà esplodere una vera e propria passione per la cultura cinese tra i triestini.

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Oggi il tendersi di un nuovo legame marittimo fra Trieste e l’odierna Repubblica popolare suscita timori worldwide: da certi ambiti della politica triestina, lo testimoniano i manifesti affissi dal senatore Giulio Camber nelle scorse settimane, alla diplomazia dell’Impero americano (il terzo che incrociamo in queste poche righe) tutti strepitano all’idea che la Nuova via della Seta trovi nel vecchio porto asburgico una destinazione europea. Ma i cinesi, a Trieste, ci sono sempre stati. O perlomeno ci sono da un sacco di tempo. Un primo nucleo di comunità nacque già ai tempi del Lloyd, tanto che ancora oggi c’è qualche anziano signore che ricorda di esser stato in classe con dei triestini d’origine cinese.

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Secondo gli ultimi dati disponibili i cittadini della Repubblica popolare cinese in città sono circa un migliaio, poco meno del 5% degli stranieri presenti a Trieste. Secondo i caratteri classici della presenza cinese in Europa, gli assi portanti sono sempre i medesimi: ristorazione, sartoria, bar sono i principali ambiti lavorativi. Si tratta di una comunità che negli anni ha dato prova di dinamismo crescente. In principio il gruppo era piuttosto chiuso, inserito in un contesto a sua volta refrattario, ma ormai da anni i cinesi e i triestini hanno trovato un linguaggio comune, tanto che all’ultimo carnevale a salutare il passaggio dei carri impegnati nella sfilata c’era anche un nutrito, e molto ammirato, gruppo sino-carnascialesco.

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Un buon esempio di questo fenomeno è Alessia Wu, l’imprenditrice che assieme alla sua famiglia ha creato un piccolo potentato economico tra gli esercenti triestini. A lei fa capo la catena degli Az, nelle varianti Az Casa, Pet e Carta, fino alla storica cartoleria Smolars di via Roma. Dal canto suo, Wu non è sorpresa dal cambiamento culturale in corso: «Dal mio punto di vista quel che posso dire, guardando anche alla mia famiglia, è che le nuove generazioni ormai sono più italiane che cinesi. L’integrazione è in corso».

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Quanto alla vita della comunità, aggiunge Wu, «io non la frequento tanto»: «Non è facile, perché siamo un popolo molto dedito al lavoro e spesso non resta tempo per fare altro. Io sono sempre in negozio, e così fanno anche molti altri miei connazionali». Il giovane Maurizio del ristorante Cina Cina (una sorta di ammiraglia della ristorazione asiatica tergestina) conosce invece più da vicino la storia della comunità: «La prima generazione, ma anche la seconda, erano più chiuse per ovvie ragioni - racconta -: la lingua e la cultura sono molto diverse. I cinesi arrivati da poco a Trieste tendevano molto a stare tra loro, anche perché all’interno della comunità trovavano forme di aiuto e di sostegno». Per le nuove generazioni, prosegue Maurizio, è diverso: «Io sono nato qui e di fatto non ho nemmeno avuto bisogno di “integrarmi”.

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Ho amici italiani e cinesi, triestini. Per mia figlia, che è piccola, sta avvenendo lo stesso». Si tratta di generazioni che, per rubare una definizione al grande Aznavour, possono considerarsi al 100% cinesi e al 100% triestine. Questo è spesso l’esito finale dell’identità di chi lascia la propria terra per un’altra: appartenere completamente a entrambe. Non è un caso, infatti, se proprio in questi anni la comunità cinese ha superato la fase iniziale di conforto e auto-aiuto, per darsi strutture formali e per rivolgersi all’esterno. «Ci sono diverse associazioni culturali - spiega ancora Maurizio -, organizzano eventi a cui si vedono spesso famiglie giovani». Gli esempi non mancano, basta bazzicare un po’ l’internet triestino. La pagina dell’associazione Porta d’Oriente, che organizza eventi culturali d’argomento cinese, ha quasi novecento iscritti. Sono realtà di questo tipo a occuparsi delle celebrazioni più importanti per la comunità, in primis il capodanno. Ma esistono anche luoghi di aggregazione religiosa come le chiese cristiane, che spesso si riuniscono in sale di preghiera in affitto.

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Ci sono poi i corsi di cinese scritto e parlato per i bambini, aperti anche agli italiani. I numeri attuali della comunità oggi sono un po’ più bassi rispetto a più di dieci anni fa, quando si verificò quello che Maurizio definisce «il boom dei negozi cinesi in Borgo Teresiano»: «Ne aprirono moltissimi e il numero di cinesi a Trieste aumentò. Poi è arrivata la crisi e molti se ne sono andati. I cinesi sono un po’ così, si spostano molto per seguire gli andamenti dell’economia». Oltre alla storia commerciale, quella di chi migra per lavoro, ce n’è un’altra. Anch’essa tipicamente triestina. È quella di chi si sposta per studiare. Lo sa bene il direttore della Sissa Stefano Ruffo: «I rapporti della nostra scuola con la Cina sono quarantennali. Il nostro primo dottorando fu proprio un cinese, che ora insegna Astrofisica in un’università cinese. Forse è addirittura andato in pensione». Da allora, prosegue il direttore, quei rapporti non hanno fatto che rafforzarsi: «Su 1300 dottori formati finora dalla Sissa, circa 50 sono cinesi. Una quota rilevante. Molti di loro hanno raggiunto ruoli di primo piano nell’accademia cinese». Tra loro ci sono soprattutto fisici, qualche matematico.

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Nessuno si è fermato poi a Trieste come docente, a parte Yu Lu, che a lungo è stato direttore dell’area Materia condensata all’Ictp: «Lui ha vissuto qui per molti anni - ricorda Ruffo -. Era arrivato a Trieste in seguito alla Rivoluzione culturale. È una persona di grandissimo rilievo scientifico: ora che è tornato in Cina è ai vertici dell’Accademia delle Scienze e mantiene fortissimi legami con la nostra città».

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In tempi recenti il legame si è rafforzato ulteriormente, tanto che l’area delle Neuroscienze della Sissa ha stretto un accordo con l’Istituto di medicina dei sistemi di Souzhou per la realizzazione in Cina di un laboratorio in collaborazione con il Cnr. Un altro accordo è stato stretto con il Centro di Fisica computazionale di Pechino, «diretto da uno dei nostri studenti», spiega il direttore.

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Anche l’Università di Trieste, spiega il rettore Maurizio Fermeglia, ha i suoi legami: «Il nostro ateneo è tra i più internazionali d’Italia, ovviamente abbiamo studenti cinesi, anche a livello di dottorato e master. Inoltre abbiamo rapporti diretti con le università di Pechino e Shangai». Legami che non riguardano le sole materie scientifiche: «Ad esempio ospitiamo dottorandi in giurisprudenza», spiega il rettore. Un legame sottile ma di lunga data, quello di Trieste con la Cina. Che ora pare prossimo a un punto di svolta. —

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