Il filo spinato in Slovenia: le carte finiscono in Procura

Barriere anti-migranti, riesplode la questione dell’appalto: Transparency ipotizza la violazione di leggi sulle procedure d’acquisto. L’Agenzia statale: tutto in regola

BELGRADO Avrà contribuito a rallentare gli arrivi di profughi all’apice della crisi migratoria. Ma il filo spinato che la Slovenia, a fine 2015, decise di collocare alla frontiera con la Croazia continua a determinare effetti collaterali, a Lubiana.

A riportare alla ribalta «l’affare filo spinato», così battezzato dai media locali, è stata in questi giorni Transparency International (Ti), una Ong anti-corruzione che ha segnalato «il direttore dell’Agenzia statale per le riserve di merci» strategiche, Anton Zakrajsek, alla Procura competente «per un sospetto abuso d’ufficio» nelle procedure per la fornitura allo Stato «di quella che oggi è una barriera di 179 chilometri al confine con la Croazia», come ha informato l’agenzia di stampa slovena Sta.


Emersero seri problemi di trasparenza in quell’affare, ha ricordato il braccio sloveno di Transparency. L’Agenzia, ha scritto l’Ong in una nota, avrebbe infatti «violato le leggi» al momento dell’acquisto e «chiediamo alle autorità di indagare sul processo di approvvigionamento». Processo che già a fine 2015 aveva suscitato perplessità, ha rievocato Transparency, citando servizi stampa del tempo che avevano «sollevato interrogativi su chi aveva vinto l’appalto per la posa in opera», la Minis, impresa che «non aveva impiegati e un fatturato modesto». E che soprattutto, ha suggerito Transparency, «condivideva un indirizzo» civico con una sede locale del «partito politico con più seggi nel governo del tempo», l’Smc di Miro Cerar, ex premier oggi ministro degli Esteri nell’esecutivo di Marjan Sarec.

L’affare era diventato un caso politico – e potrebbe tornare a esserlo - con l’ex premier Alenka Bratušek che aveva apertamente accusato il governo allora incarica di avere favorito nell'appalto la Minis. La questione era approdata anche alla commissione di controllo delle Finanze pubbliche, in una riunione a porte chiuse. Dubbi che sarebbero stati confermati anche dalle carte ufficiali, ha sostenuto Transparency che già nel 2016 aveva chiesto di prendere visione dei contratti siglati per l’acquisto del filo spinato, trovandosi di fronte un muro di gomma. Ma a gennaio «la Corte suprema» ha rigettato «l’appello dell’Agenzia», una «decisiva vittoria» per l’Ong. Che lunedì, forte dei documenti, ha potuto informare la Procura competente, alla quale ora spetta la decisione di «aprire o meno un’indagine penale» sul caso, fanno sapere da Transparency. Quelle aperte in passato, ha suggerito l’Ong, non sarebbero ancora state completate o si sarebbero rivelate inconclusive. Il caso riguarda anche pannelli di protezione e pali di sostegno, oltre che filo spinato – materiali che hanno un valore di tutto rispetto, circa 3,7 milioni di euro, spiega a Il Piccolo Sebastijan Peterka, di Transparency.

«Abbiamo controllato tutto ancora una volta e non abbiamo trovato alcun indizio di cattiva amministrazione» e la «Minis non ha ricevuto anticipi», ha però rigettato decisamente le accuse Zakrajsek, citato dai media locali. Zakrajsek ha anche negato che ci siano state «pressioni politiche» per scegliere l’impresa. —


 

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