Un’area da riqualificare appesa da oltre 15 anni a un progetto mai partito

Inserita nel perimetro del Sito inquinato dal 2003, è in mano all’azienda toscana  L’obiettivo era farne uno scalo ro-ro ma l’idea si è arenata fra lentezze e intoppi giuridici 

la storia

Nel 2003 l’inserimento dell’ex Aquila nel vasto perimetro del Sito inquinato di interesse nazionale. L’anno successivo l’entrata in scena di Teseco, che rilevò i terreni un tempo appartenenti alla raffineria dalle imprese Silone e Aquila. Teseco pagò un costo simbolico di un euro al metro quadrato per un comprensorio intaccato dalla presenza di un lungo elenco di sostanze nocive. L’obiettivo dell’azienda toscana era la realizzazione della bonifica e la reimmissione della zona sul mercato, con l’idea di farne un grosso polo commerciale e un terminal per traghetti ro-ro, oltre alla restituzione a prezzo calmierato di una porzione della superficie all’Ezit, per garantirne il ritorno alla destinazione industriale.


Tutto previsto dall’accordo di programma del 2005, che affidava a Teseco il non semplice incarico di ripulire ottocentomila metri quadrati di terreno. L’ultima parte di essi rimase tuttavia inquinata, nonostante nel frattempo si fosse alimentata la speranza di realizzarvi uno scalo portuale capace di generare 150 posti di lavoro e creare un indotto da 400 unità attorno alla gestione logistica dei quattro ormeggi che si sarebbe voluto dedicare allo scarico di camion e rinfuse.

Se l’accordo con l’Ungheria giungerà davvero alla firma, il primo passo sarà allora l’onerosa bonifica dell’area rimasta fuori dagli interventi precedenti: trecentomila metri quadrati, di cui sessantamila dati sempre a Teseco in concessione demaniale nel 2014 dall’Autorità portuale allora gestita da Marina Monassi. Da quelle parti l’impresa rimosse infatti i grandi serbatoi della raffineria ma non giunse a conclusione del risanamento, nonostante nello stesso periodo si fosse trovata a difendere con le unghie il proprio diritto a operare nell’area.

Nel 2012 Samer aveva infatti intentato una causa civile per bloccare la concessione a Teseco di cui si era cominciato a parlare ma che avrebbe frustrato gli interessi del terminalista triestino nella stessa porzione di costa. Pressoché contemporaneo il contenzioso che oppose Teseco a Regione ed Ezit per il mancato risanamento dell’intero comprensorio, come previsto dall’accordo di programma. Due impasse che l’impresa di bonifiche ambientali superò con successo, ottenendo la successiva concessione portuale.

La mannaia arrivò di lì a poco, con le difficoltà economiche che provocarono il concordato preventivo e il riassetto proprietario di Teseco. Un momento di grave crisi in cui l’impresa decise ugualmente di mantenere il controllo sulla società Aquila, senza tuttavia mai cominciare la realizzazione del terminal nell’area che oggi interessa a Budapest.

Appena arrivato in città, il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino spiegò d’altronde chiaramente che un progetto del genere, senza la compresenza di operatori logistici nella compagine societaria, non sarebbe stato autorizzato: «La concessione è stata firmata e pagano un canone. Ma questo non vuol dire nulla. Non posso permettere che si costruisca un terminal per poi farlo restare vuoto».

Niente più si mosse. Fino al 2017 Teseco continuò a giurare che il terminal si sarebbe fatto, ma l’area rimase inutilizzata. A fine 2018 arriva la svolta e oggi l’impresa tratta con il governo ungherese la vendita dell’area di proprietà e la cessione della concessione demaniale sulla porzione di terra affacciata a mare. —

D.D.A.

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