I dubbi sul porto “cinese” nei manifesti di Camber

L’ex senatore forzista ripropone le sue affissioni. Il tema è il futuro dello scalo Ma dal M5s al Pd a Roma fino al sindaco Dipiazza la politica difende le trattative



Contrari, entusiasti, prudenti. La Cina è vicina, ma la classe politica locale si divide. L’occasione di discussione la fornisce l’ex senatore Giulio Camber, che non digerisce il possibile arrivo di capitali stranieri nel porto di Trieste e fa affiggere giganteschi manifesti che stigmatizzano simile eventualità: «Per Roma il futuro di Trieste è Pechino! Va bene per Trieste? Chi garantisce cosa?».


Camber è irraggiungibile al telefono e l’esegesi del suo pensiero tocca alla coordinatrice azzurra, Sandra Savino: «Questo governo va in Cina per vendere il debito pubblico italiano. Vogliamo capire e avere garanzie sul futuro delle attività e sulla tutela della forza lavoro a Trieste. Quando Jindal ha comprato Sertubi i dipendenti sono finiti in cassa integrazione: ora i cinesi vengono a comprarsi il porto?». La replica arriva dal capogruppo M5s al Senato, Stefano Patuanelli: «L’ennesimo tentativo del senatore Camber, in arte Giulio, di bloccare lo sviluppo del territorio appare surreale. La Via della seta è un’enorme opportunità per il porto di Trieste e le nostre imprese. Camber si rassegni: l’epoca dell’immobilismo su cui ha costruito la sua fortuna politica, è finita».

A smentire le argomentazioni dell’ex senatore è pure il sindaco Roberto Dipiazza: «Camber è preoccupato che le cose vadano come nel porto del Pireo, ma noi siamo l’Italia e non la Grecia. Gli ho già detto che starò molto attento affinché Trieste non venga schiacciata: andiamo avanti con le trattative e portiamole sul versante più positivo per la città». Gli fa eco il vicesindaco leghista, Paolo Polidori: «È interesse di Trieste avere investitori stranieri ed è interesse cinese entrare in un porto con caratteristiche molto competitive. Se le infrastrutture restano in mano al territorio, ci sarà una garanzia sufficiente».

La deputata Pd Debora Serracchiani chiede trasparenza al governo ma invita a non usare il tema come una scusa per lasciare tutto fermo. L’attacco a Camber è duro: «C’è un pezzo di classe politica triestina che ha responsabilità gravissime per aver tenuto bloccata la città e il suo più importante volano di sviluppo, cioè il porto commerciale e il Porto vecchio. È bizzarro che proprio da quella parte arrivino lezioni o avvertimenti». Serracchiani ricorda di aver già presentato un’interrogazione riguardante il ruolo dei cinesi: «Siamo i primi ad aver aperto la rotta verso Oriente e ad aver cominciato il dialogo, ma in questo momento non sappiamo quali siano i termini e le garanzie reciproche. È nell’interesse nazionale, e quindi di Trieste, aumentare i flussi di traffico portuale, ma è altrettanto strategico che rimangano in mani italiane le infrastrutture e gli asset che governano quei flussi».

Il collega Renzo Tondo, eletto nel collegio di Trieste alle ultime politiche, invita al proposito a «mantenere la guardia alta. Mesi fa ho esternato preoccupazione per la cessione a un fondo giapponese del gruppo Magneti Marelli, che in Carnia controlla Automotive lighting, che dà lavoro a un migliaio di persone. Sono rimasto stupito che la cessione di un asset italiano non abbia trovato l’attenzione che avrebbe meritato da parte del governo. Allo stesso modo sono preoccupato oggi di quanto si profila per il porto. Bene gli investimenti, bene non rassegnarsi all’immobilismo, ma lo sbarco di investimenti cinesi necessita di vigilanza assolutamente rigorosa». —



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