Dalla Romania alla Russia, migliaia di “camgirl” al lavoro nel business del web a luci rosse

Dai Balcani all’Est europeo, tantissime le persone coinvolte in un mercato sempre più fiorente, tra fai da te e agenzie specializzate 

BELGRADO C’è chi, come una giovane serba di nome Ana, sbotta dicendo di «odiare i giornalisti» e interrompe la chat appena capisce di non avere di fronte un vero cliente. Chi dalla Lituania scrive di stare sul web per soldi, «perché ho due bambini piccoli, ma mi piace e sono forte, di mattina lavoro in un asilo, la notte qui». Chi, come la giovane con nickname “goodgirl4u”, si sbottona e assicura di stare in chat non solo per denaro ma «perché mi diverte», e di essere apprezzata perché «gli uomini mi parlano dei loro problemi e io li aiuto, con qualche consiglio».



Sono le confessioni di alcune “camgirl” dell’Est Europa, ragazze – ma ci sono anche maschi e donne mature – che lavorano nel mercato a luci rosse sul web. Si offrono attraverso portali specializzati che trasmettono i loro video in diretta da “studios” super tecnologici oppure dal tinello di casa. Si spogliano o effettuano performance particolari, sempre dietro compenso. «Togliti i vestiti», «balla», «girati» sono gli ordini più educati dei clienti, che si accavallano sulle chat pubbliche delle ragazze, tantissime dall’Europa centro-orientale, Ucraina, Russia, alcune dai Balcani, disponibili online a tutte le ore del giorno e della notte, ma soprattutto al mattino presto, per soddisfare i molti clienti d’Oltreoceano. Clienti che sono il motore di un business fiorente in particolare in Romania e Bulgaria, ma anche in Ungheria e oltre.



È un mercato di cui si sa relativamente poco, ma che negli ultimi tempi ha cominciato a finire sotto la lente. Non potrebbe essere altrimenti. Nella sola Romania si parla di almeno 100mila lavoratori del web a luci rosse, con migliaia di studi professionali in tutto il Paese e un giro d’affari superiore ai 300 milioni di euro. A raccontare qualche dettaglio sul fenomeno è stata nei mesi scorsi, ad esempio, la Deutsche Welle, che ha spiegato come per molti romeni si tratti di «una via per uscire dalla povertà». E chi vuole fare soldi con le webcam ha varie scelte a disposizione, con studios che offrono «pacchetti per studenti», possibilità di «cam from home», contratti regolari e persino «professori d’inglese» per addestrare gli operatori, come si legge sui siti di due studi di punta in Romania.

Ci sarebbero anche ombre, nel business. Le piattaforme web che le giovani usano spesso incassano oltre il 50% di quanto guadagnano le camgirl. E organizzazioni anti-porno come “Fight The New Drug”, che hanno in passato suscitato critiche e controversie, hanno parlato di «lato oscuro dell’industria del webcamming» e di casi di «coercizione», senza tuttavia portare prove.



Rischi per le donne? «No, è una libera scelta e non solo da noi, ma in tutto il mondo», ribatte da Bucarest Maria Necula, manager dei "Best Studios", sostenendo poi che in Romania l’industria del “camming” «sta crescendo, con più di 300mila persone che vi lavorano». «E noi siamo una della aziende» del settore «più importanti, con circa 150 modelle che lavorano quanto vogliono, guadagnando in media 5.000 dollari al mese». Industria che «è molto visibile, fa pubblicità in giro anche con auto costose che esibiscono i logo» delle imprese, attirando l’attenzione «su quanto si può guadagnare», racconta il direttore esecutivo dell’Ong romena Carusel, che si occupa anche di migliorare la vita dei lavoratori del sesso. E che conferma come gli studi romeni sembrano «operare in maniera trasparente» in un’industria dunque a basso rischio, almeno a Bucarest.

Bucarest che però deve difendersi dalla concorrenza, ora anche di Budapest, ha raccontato giorni fa la Tv tedesca Mdr definendo il fenomeno «nuovo boom» con guadagni per le giovani di «1.500 euro al mese» lordi, «più del doppio del salario medio». Ma per ogni euro guadagnato 70 vanno ai padroni degli studios. Tra le camgirl, ecco Szandra. «Prima lavoravo come cameriera e prendevo 250 euro al mese per 16 ore di lavoro al giorno», ha raccontato per giustificare la nuova vita. Ma i costi psicologici sono alti. «Chi fa questo lavoro inizia poi a odiare le persone», ha ammesso la giovane. Prevedendo di poter «durare ancora tre anni al massimo» prima che la webcam, purtroppo o per fortuna, si spenga. —


 

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