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Le «democrazie imperfette» fra il Centro e l’Est europeo

Dalle norme illiberali alle misure contro l’indipendenza del sistema giudiziario passando per la corruzione: tre studi fotografano la situazione nei Paesi dell’area

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

L’Europa centro-orientale? Non sono bastati trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino – e un paio di decenni dall’inizio della complicata transizione, nei Balcani – per creare delle democrazie compiute, sane e moderne. Al contrario, nel migliore dei casi si può parlare di «democrazie imperfette». Nel peggiore, di «regimi ibridi» dove lo stato di diritto viene spesso offeso, con molti problemi di corruzione, scarsa trasparenza, disprezzo dei diritti umani e delle minoranze.

È quanto hanno denunciato in questi giorni tre approfonditi studi, concordi nel segnalare l’imperfetto o precario stato di salute delle democrazie dell’Europa centro-orientale. Studi come il “Democracy Index” dell’Economist Intelligence Unit, che ha confermato che neppure nel 2018 nessuno Stato della regione può definirsi una «democrazia piena». Ci sono delle eccezioni positive, certo, Paesi pronti a entrare nel “club” dei Paesi democraticamente più avanzati (a guidare la classifica è la Norvegia, a quota 9,22 punti). Paesi come l’Estonia (7,97), la Cechia (7,69), la vicina Slovenia (7,50), tutte comunque «democrazie imperfette», come lo è d’altronde l’Italia (7,71).

Ma il quadro in generale è assai poco ottimistico, soprattutto nei Balcani, con la Bulgaria ferma a 7,03 punti, la Croazia che ne raccoglie 6,57. Poco sopra l’Ungheria di Orbán (6,63), Serbia (6,41) e Romania (6,38); mentre Zagabria, Budapest e Bucarest hanno «registrato un peggioramento» rispetto al 2017, causa politiche «illiberali» o misure che hanno minato «l’indipendenza del giudiziario». Poi si scende ancora, entrando nella fascia dei «regimi ibridi». Fascia dove il gruppo balcanico è molto rappresentativo. Ci sono Albania (5,98), Macedonia (5,87), Montenegro (5,74). Fanalino di coda nella regione è la Bosnia, con soli 4,98 punti.

A unire questi Paesi, un filo rosso di criticità: si tratta di nazioni nelle quali le elezioni sono raramente libere ed eque, le pressioni sulle opposizioni all’ordine del giorno, il sistema giudiziario lontano dall’essere indipendente: nazioni con una «debole cultura politica» e «corruzione endemica», un guaio serio. Per non parlare della “passione” per «l’uomo forte» da parte dell’elettorato, figure oggi portate sugli scudi nelle piazze, almeno a Budapest e Belgrado.

Il quadro è perfettamente speculare a quello tracciato dal nuovo “Freedom Barometer”, approfondita ricerca della Friedrich Neumann Foundation for Liberty, che per di più ha segnalato peggioramenti nel ranking di vari Paesi della regione. Tra questi la Croazia, “punita” soprattutto per «la diminuzione dell’indipendenza del sistema giudiziario», minata anche da «pressioni politiche». Anche il Montenegro finisce dietro la lavagna, per la «scarsa separazione tra Stato e ruoli politici» di rilievo, un riferimento al dominio sulla scena di Milo Djukanović e del suo Partito democratico dei socialisti.

Male anche l’Albania, bacchettata perché «altamente corrotta», anche a causa di polizia e magistratura «assoggettate a influenze politiche». E poi la Serbia – così come la Bosnia - che accumula punti sulla libertà del sistema economico e del fare impresa, ne perde tanti su «indipendenza del giudiziario» e sul fronte delle «elezioni libere», a causa del «controllo sui media» e degli «abusi di potere», tutti problemi denunciati dagli “indignados”, da settimane in piazza.

Il quadro è reso ancora più fosco dall’ultimo “World Report” di Human Rights Watch. Che ha segnalato come i progressi, sul fronte dei diritti umani, nei Balcani sono stati quantomeno modesti l’anno scorso, tra minoranze dimenticate, discriminazioni, maltrattamenti verso i migranti. E troppo poche indagini e processi contro i presunti criminali di guerra ancora in circolazione. E spesso in Tv e sulla scena pubblica, invece che sul banco degli imputati. —


 

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