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I sub israeliani nel Danubio 75 anni dopo alla ricerca dei resti delle vittime della Shoah

A Budapest furono migliaia gli ebrei uccisi e gettati nel fiume dalle “Croci frecciate”. Ma sull’operazione di recupero la Comunità si divide

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

Una spaventosa mattanza compiuta 75 anni fa. Un’operazione audace ma controversa. E un’intera comunità, quella ebraica d’Ungheria, che - spaccata - osserva. Sono i contorni della diatriba in corso a Budapest sul recupero dei resti mortali di migliaia di ebrei, uccisi durante la Seconda guerra mondiale con un colpo di pistola alla nuca dalle Croci Frecciate alleate di Hitler, i corpi gettati nel Danubio.

Fu uno dei momenti più bui del regime filonazista in Ungheria. Regime, ha raccontato lo Yad Vashem, che «tra dicembre 1944 e fine gennaio 1945» eliminò «almeno 20 mila» ebrei prelevati dal ghetto, uccidendoli sulle rive del Danubio. Ma ci furono casi antecedenti. Nel gennaio 1942 la polizia ungherese sterminò così 3.500 persone, fra cui 800 ebrei, costretti a togliersi le scarpe prima di essere gettati nel fiume. In totale furono oltre 560mila gli ebrei magiari eliminati durante la Shoah. Tra essi, quelli uccisi sulle sponde del Danubio a Budapest. I cui resti ora vanno recuperati. È l’obiettivo dei sub israeliani della Zaka, organizzazione non governativa di soccorso che ha annunciato una grande operazione di ricerca sui fondali del Danubio, nella città ungherese. Se alcune ossa ancora sono rimaste nell’alveo del Danubio, vanno recuperate per dare alle vittime una degna «sepoltura secondo la tradizione ebraica». Il via libera, ha informato l’organizzazione, è arrivato «dopo tre anni di prolungate trattative ai più alti livelli di governo» a Budapest e Tel Aviv; il progetto è stato sostenuto da circoli di ebrei ortodossi e chassidici, ha ricordato la Reuters.

Team di sommozzatori di Zaka sono in città da giorni, con «un sonar di recente acquisizione» che dovrebbe consentire «la rapida identificazione di oggetti», inclusi resti umani; operazioni di ricerca su grande scala dovrebbero partire a febbraio. È il minimo che si possa fare «per questi martiri» e «la consideriamo» una «missione di altissimo valore», ha detto il presidente di Zaka, Yehuda Meshi-Zahav. «Spero che i sub di Zaka riescano a dare» alle vittime «un vero funerale ebraico», ha aggiunto il titolare del dicastero dell’Interno israeliano, Aryeh Deri.

Ma non tutti guardano con favore all’iniziativa. A opporsi all’operazione, apparente controsenso, è stata anche la potente Federazione ungherese delle comunità ebraiche (Mazsihisz), la più importante nel Paese. Mazsihisz ha ricordato in queste ultime ore che non solo gli ebrei, ma anche tanti altri morirono durante l’assedio di Budapest, i loro corpi dispersi nel fiume. Ed è altamente improbabile che 75 anni dopo qualcosa si possa ancora trovare, mentre è assai più realistico pensare che i resti siano stati trasportati dalle correnti «verso il Mar Nero». Qualche resto, casualmente, fu rinvenuto nel 2016, durante lavori a un ponte, ha ammesso Mazsihisz, ma un’operazione in così grande stile come quella di Zaka è quantomeno «discutibile». O forse, ancora peggio, è un intervento che «disturba la pace e la dignità dei defunti». E che va fermato, è l’appello.

La comunità ebraica però è lacerata al suo interno, come spesso accaduto in passato. A sostenere le ricerche – e a promettere di traslare in Israele le spoglie delle vittime, una volta individuate e recuperate – è infatti anche la rivale Congregazione Unificata degli Ebrei Ungheresi (Emih), che ha parlato di azione «giusta» e di obbligo morale. E le polemiche sono destinate a crescere, mentre i sub si preparano al loro mesto lavoro.

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