Parla l’ex imam cacciato dal Centro islamico: «Punito per l’apertura ai fratelli cristiani»

L'ex imam Nader Akkad

Nader Akkad non si piega all'espulsione e risponde: «L’abusivo non sono io, è il direttivo ad essere irregolare rispetto allo statuto» 

TRIESTE A pochi giorni dall’estromissione dalla comunità islamica triestina, l’ex imam Nader Akkad racconta la sua versione dei fatti. Accusa di gravi vizi di forma il direttivo del Centro culturale islamico di Trieste e della Venezia Giulia. E racconta di aver subito un’aggressione, peraltro subito denunciata, da parte di un cittadino turco che frequenta la comunità.

Akkad, ci sono stati sviluppi negli ultimi giorni?

Vivo un periodo di grande solidarietà, da parte di membri della mia comunità così come delle altre: il mio telefono non ha smesso di squillare da quando è uscita la notizia.

Andrà per vie legali?

Gli aspetti legali dell’espulsione sono sottoposti all’attenzione del mio avvocato. C’è un ricorso, perché ci sono vizi nella procedura di allontanamento.

Il presidente del Centro islamico, Saleh Igbaria, al contrario l’accusa di aver esercitato abusivamente per anni il ruolo di imam. Come risponde?

Il direttivo del Centro versa in una situazione di irregolarità. Non ha mai applicato l’articolo 11 dello statuto, che impone di insediare un consiglio generale: quest’organo, guarda caso, è presieduto dall’imam e ha funzioni consultive. L’articolo 12 impone inoltre di eleggere ufficialmente un imam tra i soci. Io ho conseguito con 110 e lode il master universitario a Padova in “Studi sull’islam d’Europa”; sono socio dal 1992 e dal ’93 faccio parte del direttivo; ho ricevuto varie nomine come tesoriere, direttore della scuola coranica, kahatib. Da cinque anni svolgo regolarmente, di fatto, le funzioni di imam, celebrando il sermone settimanale e le festività islamiche: manca una ratifica ufficiale del mio ruolo perché è il direttivo a essere venuto meno a quanto previsto dallo statuto. Non sono stato estromesso dalla comunità, quindi, ma da un organo ristretto.



Passiamo all’aggressione. Cos’è accaduto?

Il 9 novembre mi è stato impedito fisicamente di salire sul pulpito a svolgere le funzioni religiose. Ho fatto notare che il mio ruolo è legittimato dalla comunità, non da un gruppo ristretto. In quello momento il mio aggressore (Nader non ne fa il nome, ma solo le iniziali T.N., ndr) si è alzato e mi ha colpito sulla guancia destra con un borsone: ci sono una quarantina di testimoni. Ho sentito un gran dolore, ma sono rimasto seduto: la mia espulsione si sarebbe discussa di lì a poco. Ma come semplice comunicazione del presidente, senza essere all’ordine del giorno. La mattina dopo non riuscivo a muovere il collo: al Pronto soccorso mi hanno diagnosticato una distorsione, mi hanno applicato un collare e prescritto medicine (come risulta da verbale medico, ndr).

Come interpreta l’accaduto?

Chi mi ha aggredito è un socio dell’associazione. Quel giorno ha spiegato pubblicamente perché mi ha picchiato: durante il sermone del venerdì ho più volte chiamato “fratelli” i cristiani. Durante un’importante notte di Ramadan ho inoltre invitato dei cristiani a condividere un pasto: T.N. era tra quelli che offrivano cibo; ha spiegato che non voleva condividerlo con i cristiani.

C’è una rivalità tra lei e Igbaria, come sostenuto da quest’ultimo?

Il presidente è sempre stato uomo di pace, un amico aperto al dialogo: gli chiedo dunque delle spiegazioni sui fatti accaduti. Chiedo inoltre al direttivo di dare alla comunità spiegazioni ufficiali sulla mia espulsione: in caso contrario, chiedo che si dimetta.




 

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