Da Sarajevo a Tirana il triste esercito dei bambini costretti in povertà

Unicef: in Serbia il 30% di minori in stato di bisogno assoluto. Legatum Institute: ma sfida enorme per vari Paesi dell’area

BALGRADO Il più piccolo ha 11 anni. Vive in un container non lontano dalla fortezza di Belgrado, con la sorella, due fratelli poco più grandi, un padre invalido. «Mangiano grazie al direttore della scuola» che dà loro accesso alla mensa, ma «non hanno acqua, elettricità, riscaldamento», racconta una belgradese che dà loro una mano. Bambini di una famiglia di rom che non sono un’eccezione, in Serbia: sono i piccoli soldati arruolati loro malgrado in un folto esercito di bambini e minorenni poveri.

E non si tratta solo di rom. Malgrado economie che tornano a correre, il fenomeno rimane marcato, in Serbia e oltre, e le sacche di disagio ancora ampie. Lo ha confermato in questi giorni l’Unicef, che ha parlato di «un 30% dei minori in Serbia che vive al limite della povertà», mentre un rilevante 10% vive «in stato di assoluta povertà», ha riportato l’agenzia di stampa Beta. Numeri che nascondono storie di migliaia di ragazzini in difficoltà. Anche considerando le cifre del braccio serbo della Rete europea contro la povertà, secondo cui i minori in «povertà assoluta» sarebbero "solo" l’8,4%, si arriva a una cifra intorno ai centomila minori presenti in famiglie che non riescono a sbarcare il lunario. La Ong a ottobre ha informato che la Serbia si attesta su un rischio-povertà doppio rispetto a quello che registrato nella Ue - e in aumento - e mezzo milione di poverissimi. Stime «credibili», conferma il sociologo Slobodan Cvejić, ricordando che «il 25,6% della popolazione è a rischio povertà» e il tasso «è sempre più alto per i bambini». E «se si considera che un terzo della popolazione rom è formata da bambini, si arriva già a 25 mila bambini poveri» ai quali si aggiungono «quelli delle aree rurali, di famiglie urbane con un solo genitore che lavora» o con entrambi disoccupati. E allora la cifra dei centomila è realistica.


Ma la Serbia non è un caso isolato. Lo confermano ad esempio gli ultimi dati dell’Istituto statistico nazionale di Tirana, che ha parlato di almeno 120 mila bambini in condizione di estrema povertà e di un 13% della popolazione totale in miseria. Con simili cifre, stupiscono poco i risultati di un sondaggio Gallup del 2017, che hanno rivelato che il 56% degli albanesi vorrebbe lasciare il Paese «per sempre», percentuale che schizza al 79% tra i più giovani: numeri superiori a quelli di Bosnia (62%), Macedonia (51%), Serbia e Montenegro (entrambe sotto il 50%). Proprio in Bosnia si trovano altre decine di migliaia di bambini e minorenni in povertà, anche se stime precise sono difficili. Nel Paese, secondo calcoli di Save the Children, un sesto delle famiglie è in povertà, mentre il Borgen Project, Ong contro la miseria, ha parlato di un «22% di bambini che cresce in famiglie» in profonda difficoltà. E in Macedonia, ha ammonito giorni fa l’Unicef, «il 28% di tutti i bambini» vive in miseria.

Ma il problema è generale, ha ricordato uno studio del Legatum Institute, think tank con base a Londra che si batte per la lotta alla miseria, «sfida ancora enorme in Serbia, Romania, Macedonia, Bulgaria» e persino «in Croazia», ultimo Paese a entrare nella Ue: tutte nazioni che, «secondo le misurazioni locali, hanno più di un quinto della popolazione che vive in povertà». Tra cui ancora tanti, troppi bambini. —


 

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