Morti sospette a Trieste, Campanile davanti al gip: «Le iniezioni erano lecite, non ho ucciso nessuno. Fatemi tornare al lavoro»

Il medico del 118 di Trieste accusato di nove omicidi volontari parla davanti al giudice. Rivendicata l’assoluta regolarità della sedazione praticata in pazienti così gravi

TRIESTE È certo di non aver ucciso nessuno. Anche perché, assicura, le iniezioni di propofol e di altri potenti sedativi somministrati agli anziani ammalati e soccorsi con urgenza dalle ambulanze, non erano affatto letali. Ma, anzi, assolutamente «lecite», sia sotto il profilo «normativo» sia a livello «medico-scientifico». Così Vincenzo Campanile, il rianimatore del 118 indagato per omicidio volontario e falso in atto pubblico per ben nove casi di morte sospetta, si è difeso durante l’interrogatorio davanti al gip Luigi Dainotti alla presenza del proprio legale, l’avvocato Alberto Fenos di Pordenone, e dei magistrati che coordinano l’indagine, il pm Cristina Bacer e Chiara De Grassi. Un interrogatorio prima annunciato, poi cancellato e invece alla fine svolto in gran segreto giovedì pomeriggio, alla larga da giornalisti e telecamere.



«Si è trattato di una seduta assolutamente serena e pacifica - ha specificato Fenos - posto che il mio assistito ha risposto a tutte le domande che gli venivano avanzate, anche dai pubblici ministeri». Secondo il suo legale il medico, attualmente sospeso dall’esercizio della professione (i pm ne avevano chiesto l’arresto) è provato per le gravi accuse mosse dalla Procura, secondo cui le somministrazioni hanno «determinato» o «comunque accelerato» la morte dei nove pazienti a cui gli inquirenti sono risaliti dopo lunghi mesi di indagine incrociando le testimonianze di medici, infermieri, Oss e autisti delle ambulanze. Cioè chi lavorava fianco a fianco di Campanile durante le operazioni di soccorso nelle abitazioni degli ammalati. Su quattro di quei nove anziani il gip aveva ritenuto sussistente la gravità indiziaria. Ma per gli investigatori ci sarebbero prove schiaccianti anche sul resto dei casi finiti nell’inchiesta.



Il medico inquisito, incalzato dalle domande dei magistrati, si è detto sereno nel riuscire a dimostrare la propria innocenza. Campanile ha dinnanzi un fascicolo di 5 mila pagine: una montagna di interrogatori, testimonianze e referti per ciascuno di quei nove decessi sospetti. Con ogni probabilità ci sono anche le schede di intervento del 118: quelle in cui il dottore non avrebbe annotato l’utilizzo degli anestetici ritenuti letali. In altre parole, li iniettava ma poi non ne lasciava traccia scritta. È il motivo per il quale il professionista del 118 è indagato non solo per omicidio volontario ma anche per falso in atto pubblico.

L’anestesista si è riservato di completare la propria deposizione non appena avrà analizzato la documentazione con il proprio legale. «Non possiamo che ribadire come le condotte attribuite al dottor Campanile appaiono lecite sotto il profilo normativo, medico-scientifico e deontologico», ha dichiarato l’avvocato Fenos. «Lungi dall’essere una scelta personale e/o ideologica, la sedazione in occasione di morte imminente è una terapia medica a tutti gli effetti».



Ma l’avvocato intende anche riabilitare Campanile sotto il profilo lavorativo presentando al Tribunale del Riesame una richiesta di revisione del provvedimento del gip che aveva sospeso il rianimatore dall’esercizio della professione medica.

«Siamo in una fase delicatissima», ha precisato ancora Fenos. «A parte il peso del clamore della vicenda, il dottor Campanile è sereno, perché ha attuato una pratica medica: cioè la sedazione prevista dal codice in caso di morte imminente. Il processo si gioca su questo. Comunque - ha ripetuto l’avvocato - il mio assistito non ha fatto scelte personali: è tutto dimostrabile scientificamente».

L’indagine è partita dopo un intervento di soccorso dello scorso 3 gennaio nella casa di cura Mademar, dove è spirata l’ottantunenne Mirella Michelazzi.

Campanile aveva somministrato all’anziana una dose di propofol. Sarebbero stati due colleghi del rianimatore presenti in quel momento (un infermiere e uno specializzando, da quanto risulta) ad accorgersi dell’iniezione, ritenendola «anomala» visto che la paziente versava in una condizione di insufficienza respiratoria acuta. L’Azienda sanitaria ha poi denunciato il medico in Procura. Ed è così che sono spuntati anche gli altri casi.

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