I segreti degli appalti in una montagna di scatoloni chiusi in caserma

Il vaglio delle carte sequestrate in tutta Italia richiederà mesi. Il procuratore di Gorizia: «Il nostro scopo è verificare i fatti»

GORIZIA Scatoloni, scatoloni e, ancora, scatoloni. E poi le copie forensi di back up dei computer, delle unità di memoria esterne e degli smartphone degli indagati. Un po’ alla volta, i documenti acquisiti mercoledì mattina dalla Guardia di finanza di mezza Italia nell’ambito dell’operazione “Grande Tagliamento” stanno arrivando alla caserma “Sante Laria” di via Trieste, sede del nucleo operativo delle Fiamme Gialle di Gorizia. La mole di materiale continua a crescere e per controllarlo tutto ci vorranno dei mesi. Massimo Lia, procuratore capo del Tribunale isontino, va ripetendo da giorni che la vastità e la complessità dell’indagine richiederanno tempi «non brevissimi». Ma solo vedendo la montagna di carte si può capire l’impegno a cui saranno chiamati i finanzieri coordinati dalla pm Valentina Bossi.



Per verificare l’ipotesi che ci fosse un cartello di aziende che tra Veneto e Friuli Venezia Giulia pilotava le gare pubbliche spartendosi gli appalti a tavolino, tanto al Comando compagnia quanto nei corridoi del Tribunale di Gorizia il via vai è continuo.

«L’ipotesi investigativa non nasce da un’idea astratta, ma da quello che abbiamo potuto verificare nel corso dell’indagine», ha spiegato nella tarda mattinata di ieri il procuratore capo, ribadendo poi: «Abbiamo un gruppo di finanzieri stabilmente dedito a questo tipo di attività. La massa di verifiche, controlli e analisi documentali è enorme».

Dopo 18 mesi di lavoro sottotraccia, fatto sopratutto di intercettazioni ambientali, l’indagine passa dunque alla fase 2. «Il nostro scopo non è accusare le persone, è verificare la realtà dei fatti - precisa Lia -. Tutto è in divenire, quindi può anche darsi che poi, alla fine, tutto sia regolare. Siamo alla fase delle indagini preliminari, con tutte le garanzie e tutte le presunzioni di innocenza per tutti. Non abbiamo una visione unilaterale».

Allo stato attuale, non c’è nessun provvedimento restrittivo e non c’è nessun esercizio dell’azione penale nei confronti di alcuno degli indagati. E infatti ieri, anche sul fronte opposto, i legali hanno confermato che è prematuro parlare di strategie difensive. Le informazioni di garanzia, per il momento, non definiscono i contorni della vicenda. I contorni si delineeranno meglio una volta aperti gli scatoloni, quando cioè i finanzieri incroceranno le fatture, le mail, i messaggi scambiati tra gli imprenditori. Per le parti, gli atti di indagine saranno accessibili solo dopo l’istanza di riesame al Tribunale di Trieste.



Le ipotesi di reato sono l’associazione a delinquere, la turbativa d’asta, gli inadempimenti e le frodi nelle pubbliche forniture, i subappalti in violazione di legge e la concussione. Per quest’ultima fattispecie il procuratore precisa: «Tra i vari filoni di questa indagine sono al vaglio anche ipotesi di reati commessi da pubblici ufficiali. Ma sono episodi collaterali. Figure professionali come il Rup o il direttore dei lavori hanno determinati doveri a cui potrebbero non aver adempiuto. Quindi valutiamo anche reati di questo genere, come l’omissione di atti d’ufficio». Per ora non sono, invece, emersi casi di tangenti.

Le acquisizioni di materiali nelle stazioni appaltanti in ogni caso proseguono. Ieri gli uomini della Finanza non hanno fatto visita solo al Consorzio per lo sviluppo economico del monfalconese (servizio sotto), si sono presentati anche alla Direzione della struttura di progetto della Regione Veneto per la Pedemontana Veneta.

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