Trieste, tetto agli stranieri negli asili: delibera a un passo dal voto

Il regolamento sul limite del 30% per i bimbi non italiani verso l’esame dell’aula nonostante le barricate della maggior parte dei sindacati in commissione

TRIESTE Il nuovo regolamento per le scuole dell’infanzia è quasi “legge”. La giunta tira dritto, nonostante il parere contrario della quasi totalità delle sigle sindacali, ricevute l’altro giorno in Municipio per l’audizione in Quinta commissione. Unica novità di rilievo la promessa, da parte della maggioranza, di tutelare esplicitamente l’obbligo della conoscenza diretta della lingua per gli insegnanti delle sezioni slovene: «Proporrò personalmente un emendamento sul tema», ha dichiarato la forzista Manuela Declich, presidente della commissione. Lunedì, con ogni probabilità, la delibera sarà quindi già messa ai voti in Consiglio comunale.

Trieste. La giunta Dipiazza fissa al 30 per cento la soglia di stranieri negli asili comunali

Tornando invece all’altra mattina, la Quinta commissione, appunto, aveva invitato le organizzazioni sindacali del comparto scuola a esprimersi proprio sul nuovo regolamento asili. Presenti Ugl, Usb, Cgil, Uil e Cisal. Assente la Cisl. L’Ugl è stata l’unica a sposare quasi in toto la delibera, fatta eccezione per le richieste di emendare i punti riguardanti il calendario scolastico, la gestione delle supplenze e della vigilanza, affidata al personale ausiliario.



Durissime invece le altre sigle. Per l’Usb «la dicitura “cittadinanza non italiana” non significa alcunché. Non fotografa la realtà: sono bimbi nati e cresciuti in Italia, come ad esempio i figli della comunità serba, che hanno competenze linguistiche già acquisite. Il regolamento è discriminatorio». «Per quanto riguarda l’insegnamento della religione cattolica – hanno proseguito i rappresentanti dell’Usb – è sorprendente che sia definito “fondante”. Ciò è in contrasto con la caratteristica della scuola pubblica».

«Le parti sociali non sono state sentite – ha denunciato la Cgil –. Il tetto al 30% è e rimane discriminatorio: se, in virtù di quello, un bambino viene respinto, è respinto per la sua nazionalità.



Se, come afferma la giunta, il problema è organizzativo, allora si investa in mediatori culturali, ad esempio». La Uil ha espresso preoccupazione per i possibili risvolti negativi che il provvedimento potrebbe avere sul tessuto sociale cittadino e ha ribadito che «integrare significa promuovere la partecipazione attiva della cittadinanza alla vita della città: in questo senso le istituzioni devono impegnarsi a superare la paura e l’isolamento sociale». Per la Cisal «se davvero il problema è organizzativo allora andrebbero cercate delle soluzioni regolamentate, ad esempio creando una rete tra le scuole, così da collegare i diversi poli, numericamente più o meno consistenti».

L’assessore all’Educazione Angela Brandi, dopo aver accolto le «proposte migliorative dell’Ugl, tranne quella sul calendario scolastico», ha difeso il regolamento.

«Si sono tutti concentrati sul tetto del 30% senza vedere che l’obiettivo è l’innovazione di un testo che dal 2001 ha subito ben sei modifiche, con la conseguente stratificazione di norme. Lo scopo è lo snellimento. Si vuole inoltre favorire l’integrazione, non la discriminazione. Mi si contesta l’espressione di “cittadinanza non italiana”. Ma siamo in Italia e siamo italiani: non dirò mai che siamo “italofoni”».

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