Trieste, raffica di “non ricordo” nelle testimonianze su Campanile

Diversi colleghi del medico accusato di aver ucciso nove anziani non hanno dato informazioni utili. L’ex capo del 118 Antonaglia: «Fiducia nella magistratura»

TRIESTE C’è una cortina di silenzio attorno all’inchiesta sul dottor Vincenzo Campanile, il quarantaseienne di Monfalcone indagato per omicidio volontario e falso in atto pubblico per nove casi di morti sospette. Le deposizioni di alcuni colleghi del 118 che hanno lavorato a fianco del medico durante gli interventi di soccorso nelle abitazioni di quei pazienti triestini, anziani e con gravi patologie, sono costellate da vari «non ricordo» e «non so». Eppure avrebbero assistito alle iniezioni di propofol, ritenute letali su corpi debilitati, talvolta preparando le dosi ordinate dal dottore.

Al di là di chi fa comprensibilmente fatica a ricostruire con precisione le circostanze di ogni singolo decesso - sono episodi che investono l’intero periodo che va da novembre 2014 a gennaio 2018 - non si esclude la possibilità che alcuni, appunto, evitino di aggravare la posizione del dottore che ora si trova inquisito. Un tentativo di insabbiare? Nella mole di testimonianze raccolte dagli inquirenti nel corso di mesi d’indagine, i dubbi sono sorti. D’altronde è proprio incrociando i racconti di medici, infermieri, Oss e autisti - quelli ritenuti collaborativi - che gli investigatori sono riusciti a ricostruire la lista dei nove triestini deceduti. Ultraottantenni ammalati, colpiti da malori o complicazioni, che venivano soccorsi dal medico. Le somministrazioni di propofol, ma anche di morfina, diazepam e midazolam potrebbero aver «determinato» o comunque «accelerato» la morte. I farmaci talvolta venivano iniettati insieme. Sul caso hanno lavorato i pm Cristina Bacer e Chiara De Grassi, che hanno coordinato l’intera attività dei carabinieri del Nucleo investigativo di Trieste e della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri della Procura. L’ipotesi di reato è omicidio volontario. Ma anche falso in atto pubblico: perché il medico finito sotto inchiesta, come accertato, aveva omesso di riportare sulle schede di intervento del 118 la somministrazione di quei medicinali. Li iniettava, ma poi non ne lasciava traccia scritta.


Ma nell’inchiesta è stato scoperto altro: il dottor Campanile - secondo l’accusa - non solo faceva uso di quelle medicine per gli anziani gravi, ma per gli stessi pazienti sosteneva anche di aver praticato le manovre di rianimazione. I colleghi presenti durante le operazioni, interrogati dagli investigatori, hanno però smentito: «Non faceva nulla». C’è ad esempio la triste vicenda di Egone Schneider, soccorso dal 118 il 5 gennaio 2015 nella sua casa. Campanile somministra all’anziano morfina, propofol e midazolam (forse anche diazepam): il paziente spira. Nelle scheda d’intervento del 118, il medico descrive il signor Schneider come «non contattabile». Invece è stato accertato dalle testimonianze dei colleghi che erano presenti durante i soccorsi che il paziente era «vigile».

Ma l’indagine è scattata dall’ultimo episodio, quello dell’ottantunenne Mirella Michelazzi deceduta il 3 gennaio. Da quanto si apprende dagli appunti relativi all’autopsia, ripercorsi dal figlio Cesare Negro nella sua dolorosa testimonianza al Piccolo, anche la signora è spirata dopo un’iniezione di propofol. «All’esito dell’indagine valuterò se ci saranno le basi per richiedere il risarcimento dei danni all’Azienda sanitaria per i fatti contestati al medico», anticipa il legale che tutela Negro, l’avvocato Antonio Santoro. «Ciò è ipotizzabile qualora l’Azienda sanitaria, durante questi anni, era in grado di accertare eventuali anomalie nell’operato del medico».

L’inchiesta apre una serie di interrogativi sui comportamenti del dottore. Ma anche su quelli di chi aveva ruoli gestionali all’interno dell’Azienda sanitaria, sebbene non ci siano altri indagati: c’era qualcuno che aveva il compito di vigilare sull’attività del medico del 118, su quelle schede “truccate” e su come usava i farmaci? Tanto più che il modus operandi di Campanile sarebbe stato segnalato. O, quanto meno, c’era chi sapeva. E se qualcuno ha parlato, perché nessuno dei vertici ha avviato provvedimenti? «Siamo a completa disposizione della magistratura - osserva il dottor Vittorio Antonaglia, ex responsabile della Centrale operativa 118 di Trieste e ora a capo di quella regionale - nei cui confronti abbiamo massima fiducia per le indagini, chiunque coinvolgano. Anche il sottoscritto, perché questa è una cosa troppo importante». —


 

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