La Procura allarga il tiro sul caso del presunto medico "assassino". Ancora salme da riesumare. Tremano i colleghi

Si punta a capire se qualcuno ha “coperto” Campanile, il medico accusato di 9 omicidi. Domani interrogatorio davanti al gip

Trieste, cosa sappiamo del caso del medico del 118 indagato per 4 omicidi volontari

TRIESTE Quando impugnava la siringa e la fiala, quella con il liquido bianco-latte, allora forse era chiaro cosa stava per accadere. Qualcuno tra i colleghi del dottor Vincenzo Campanile, il quarantaseienne originario di Monfalcone indagato per omicidio volontario di nove anziani triestini ammalati e soccorsi in casa, sapeva? Sapeva di certe «anomalie» che accompagnavano gli interventi del medico del 118 cittadino? La “dolce morte”, che gli inquirenti ritengono praticata arbitrariamente dal professionista con iniezioni di potenti sedativi a base di propofol e altri farmaci, era nota? Era nota almeno tra gli infermieri che lavoravano fianco a fianco con il dottore che ora si trova sotto indagine? Interrogativi che si stanno ponendo gli inquirenti in questa delicata fase dell’inchiesta, coordinata dai pm Cristina Bacer e Chiara De Grassi e portata avanti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Trieste e dalla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri della Procura.

Al di fuori del dottor Campanile non risultano comunque ulteriori indagati: non sono stati dunque contestati reati - almeno per ora - a infermieri e altri medici.

Il medico Vincenzo Campanile


Ma gli accertamenti investigativi si stanno inevitabilmente allargando a macchia d’olio per capire se c’era effettivamente qualcuno che sapeva, come si presume. E che, pur accorgendosi di quelle “strane” iniezioni, non ha parlato. E se invece ha parlato perché i responsabili non hanno avviato verifiche immediate e, di conseguenza, provvedimenti. Gli approfondimenti, dunque, puntano dritti sulle gestioni pregresse. Il periodo sotto la lente va dal 2014 al gennaio 2018, cioè l’arco temporale in cui sono avvenuti i decessi oggetto di inchiesta.


Provvedimenti che invece sono stati subito presi dall’attuale dirigenza del sistema del 118 triestino, appena si è avuta contezza dell’ultimo episodio: la morte dell’ottantunenne Mirella Michelazzi, deceduta nella casa di cura Mademar. Era il 3 gennaio 2018: secondo l’accusa l’iniezione di propofol ha determinato o comunque accelerato il trapasso della paziente. La somministrazione era stata praticata da Campanile; ma il medico, stranamente, aveva omesso di riportare l’utilizzo del medicinale nel report d’intervento. Da questa vicenda, alla quale ha assistito un infermiere, è scattata la segnalazione ai vertici dell’Azienda sanitaria. Di qui la denuncia in Procura. E, in via cautelativa, il trasferimento del medico ad altre mansioni. E così, scorrendo l’elenco delle 9 morti sospette, si scopre che il modus operandi del medico era più o meno sempre lo stesso. E si strascinava, stando alle ricostruzioni investigative, dal 2014: pazienti anziani e ammalati di gravi patologie, o colti da malore improvviso, che il dottore soccorreva e a cui poi iniettava propofol, diazepam e midazolam. Talvolta tutto insieme. E non si trattava di sedazioni “modulate”, bensì in una soluzione unica: in “bolo”, come si dice in termini tecnici. Dosi massive, in vena, senza alcuna informazione al paziente o ai familiari presenti al capezzale. E di questi farmaci poi non c’era traccia nelle schede che il professionista compilava. Le vittime spiravano. Ai parenti sembrava tutto così naturale.

Il pm Cristina Bacer


Erano persone che si potevano portare in ospedale? Che si potevano salvare? Come detto, dalle indagini è emerso che i sedativi usati dal medico del 118 hanno «determinato» o comunque «accelerato» i decessi. Ipotesi dell’accusa, comunque, tutte da appurare.

Perché il professionista si comportava così? In un interrogatorio Campanile si è giustificato dicendo che la sua era una «sedazione palliativa caritatevole, volevo togliere sofferenza». C’è forse un’ideologia di fondo dietro a queste parole? Difficile dirlo. Molti, tra i colleghi parlano di Campanile come un professionista preparato e di cui ci si poteva fidare.

Gli investigatori hanno indagato per mesi e mesi, con interrogatori a tappeto tra tutti i colleghi che hanno avuto a che fare con il dottore: autisti delle ambulanze, Oss, infermieri e altri medici. Sono venute a galla circostanze molto chiare, tanto chiare da riuscire a risalire ai singoli episodi sospetti. Con nomi e cognomi delle persone morte. E pure dosaggi dei farmaci. Ma la Procura non si ferma qui. È probabile che i magistrati ordinino di riesumare i cadaveri degli anziani (quelli che non sono stati cremati) per i quali si sospetta l’omicidio. Laddove possibile, potrebbero essere eseguiti test tossicologici. Test peraltro già pronti, insieme all’autopsia, per il caso della signora Michelazzi: l’esito ha confermato la presenza del propofol nella defunta.

Il legale di Campanile, l’avvocato Alberto Fenos, intanto chiarisce la linea: «Il mio assistito, ora, ritiene doveroso chiarire la propria posizione alla magistratura - precisa - verso la quale ripone la massima stima e fiducia. Collaborerà con giudici e pm, per dimostrare che il suo operato professionale, voglio ribadire professionale, oggi sotto esame, è stato sempre improntato al rispetto delle leggi, nonché delle regole mediche, deontologiche e soprattutto scientifiche».

Il medico, sospeso dall’esercizio della professione, comparirà domani davanti al gip Luigi Dainotti per l’interrogatorio. —


 

2

Articoli rimanenti

Accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

1€/mese per 3 mesi, poi 2.99€ al mese per 3 mesi

Attiva Ora

Sblocca l’accesso illimitato a tutti i contenuti del sito

Video del giorno

L'orsetto salvato nel Parco d'Abruzzo e ricongiunto alla famiglia: è l'unico caso in Europa

Insalata di gallina, radicchio, mandorle, melagrana e cipolla

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi