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Negoziato fra Serbia e Kosovo Belgrado ai ferri corti con l’Ue

Pressioni di Bruxelles per la ripresa del dialogo, in bilico l’apertura di nuovi capitoli per l’adesione all’Europa. E i dazi imposti da Pristina fanno dimezzare l’export

Stefano Giantin
2 minuti di lettura

UDINE «Lasciare in eredità uno status che renda impossibile immaginare che i Balcani tornino indietro». È l’obiettivo che si è data qualche giorno fa l’Alto Rappresentante Ue agli Esteri, Federica Mogherini, arbitro-facilitatore del complesso dialogo tra Belgrado e Pristina. Mogherini e Ue che rischiano però di rimanere scottati. Perché sull’asse Serbia-Kosovo lo scenario è sempre più fosco. Lo confermano le indiscrezioni circolate a Belgrado, dove vari media hanno segnalato la profonda irritazione della leadership locale per una sorta di ultimatum che l’Ue avrebbe imposto alla Serbia, suggerendole di giocare al tavolo del dialogo alle condizioni che oggi detta Pristina, ha sintetizzato ieri l’agenzia Tanjug. Leggi, il presidente Aleksandar Vučić torni a Bruxelles a discutere con l’omologo kosovaro Thaci, malgrado il Kosovo non voglia cancellare i dazi sulle merci serbe e bosniache – che stanno provocando un crollo dell’export intorno al 50%. E non abbia di fatto rispettato le condizioni più importanti degli accordi già presi, in testa la creazione della Comunità delle municipalità serbe in Kosovo, giudicata da Pristina come una novella e pericolosa Republika Srpska.

Se Belgrado accetterà, allora Bruxelles darà luce verde all’apertura a vantaggio della Serbia di nuovi capitoli del negoziato d’adesione alla Ue entro dicembre. E se la Serbia non dovesse piegarsi? Allora sarà solo carbone per Belgrado: niente nuovi capitoli negoziali, un vero e proprio «ricatto» a Vučić, hanno denunciato i media locali.

Mancano conferme ufficiali che lo scenario sia reale, ma molti sono i segnali che indicano che la trama sia più che realistica. Come le dichiarazioni della premier serba, Ana Brnabić, che ha ribadito che la Ue è obiettivo-chiave, ricordando però che Pristina discrimina, con i dazi e non solo, tutto ciò che è serbo. E poi la ministra serba per l’Integrazione europea, Jadranka Joksimović, che ha svelato che Belgrado si aspetta l’apertura di almeno tre capitoli negoziali entro fine anno. E ha suggerito a Bruxelles «più tatto nel modo di relazionarsi con la Serbia» perché la tradizionale «politica del bastone e della carota» della Ue «in queste circostanze è diventata eccessiva», ha aggiunto la ministra, citata dal quotidiano Vecernje Novosti.

Ancora più duro il vicepremier Rasim Ljajić, che ha suggerito che Bruxelles non faccia pressioni nella direzione corretta, non chiedendo con sufficiente convinzione al Kosovo di cancellare le tasse sui prodotti serbi, condizione primaria per Belgrado per tornare al tavolo negoziale. «In questa maniera – ha attaccato Ljajić – Bruxelles perde il suo ruolo di mediatore nel dialogo, distruggendo la sua credibilità».

Intanto Pristina mette «nuovi ostacoli alla libera circolazione delle merci». L’ultimo della serie, ieri: l’obbligo di indicare “Repubblica del Kosovo” nei documenti di importazione, una misura inaccettabile per Belgrado. Ma i motivi di pessimismo sono anche altri. Non tanto la formazione dell’esercito kosovaro, processo in apparente rallentamento, quanto l’adesione di Pristina all’Interpol. Oggi, malgrado la forte opposizione di Russia, Cina e Spagna, l’assemblea generale dell’Interpol dovrebbe pronunciare il fatidico sì. Provocando a Belgrado rabbia, forse incontenibile, per l’ennesimo smacco. —


 

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