In evidenza
Sezioni
Magazine
Annunci
Quotidiani GNN
Comuni

Dopo le proteste in piazza viaggio nel “male oscuro” delle scuole in regione

Docenti demotivati, presidi in multiproprietà, edifici vecchi e pericolanti: la fotografia di ciò che non funziona in classe scattata dai protagonisti

5 minuti di lettura

TRIESTE Sono tornati a far sentire la loro voce per le strade dei centri storici dopo mesi di calma e silenzio. E l’hanno fatto per dire che no, nonostante gli annunci snocciolati nel tempo dai politici di turno, la scuola italiana non sta affatto bene. Tra fondi che diminuiscono, progetti che non decollano e intonaci che si staccano dalle facciate, a sentire gli studenti non c’è molto da stare allegri. Ma dietro alla protesta di migliaia di ragazzi scesi in piazza negli ultimi due giorni a Trieste come a Genova, a Milano come a Cagliari, cosa c’è davvero? Quale, tra le tante criticità inserite nel lungo cahier de doléances urlato a squarciagola da migliaia di ragazzi, merita il titolo di “male oscuro” dell’istruzione italiana? «La scuola è delusa, afflitta, depressa, non riconosciuta, colpevolizzata, ignorata, violentata dai nostri governanti che hanno cinicamente tagliato le sue risorse e non credono più nell’importanza della cultura e della formazione che essa deve difendere e trasmettere. È già morta? È ancora viva? Sopravvive? Serve ancora a qualcosa oppure è destinata a essere un residuo di un tempo ormai esaurito?», si chiedeva qualche anno fa in un illuminante libro, L’ora di lezione, lo psicoanalista Massimo Recalcati. Ecco risposte e indicazioni raccolte durante un viaggio negli istituti di Trieste.

PROFESSORI FANTASMA

«Scusi, lei è uno dei nuovi insegnanti?». Se non fosse tragica, questa semplice domanda, in una mattina qualunque di alcuni giorni, nell’ascensore che porta al secondo piano verso gli uffici della presidenza, farebbe quasi sorridere. Ma ad anno scolastico già ampiamente iniziato, ci si accorge presto che quella della mancanza di insegnanti è forse la piaga che maggiormente affligge la scuola di oggi. Certo, non l’unica. Mancano i prof in classe e allora via con l’orario provvisorio allungato a dismisura, via con soluzioni di emergenza per tamponare i buchi in classe. «Sa, stiamo ancora nominando», ammettevano non più di qualche settimana fa qui al De Sandrinelli-Carli-da Vinci, 1.539 allievi, una delle scuole più grandi di tutta Trieste.

IL RITARDO DELLE NOMINE

«Quella maggiore in quest’anno scolastico è stata sicuramente il ritardo nelle nomine». Donatella Bigotti è la preside del Nautico. «Laddove esistevano graduatorie ad esaurimento, quindi quelle dei docenti cosiddetti abilitati, le nomine dovevano essere fatte entro il 31 agosto dall’Ufficio scolastico regionale. Quest’anno però l’Ufficio non ce l’ha fatta e quindi si è andati alla nomina in grande ritardo rispetto agli anni scolastici precedenti. E questo ha messo nell’impossibilità di effettuare le chiamate da parte dei dirigenti scolastici in certe classi di concorso. Da noi, ad esempio, in matematica e fisica: due materie che nel biennio sono caratterizzanti». Ad aprile-maggio di ogni anno viene stilato l’organico di diritto: le scuole, cioè, segnalano quante classi e quanti alunni avranno. «In base a questo si fa il “fabbisogno” degli insegnanti. L’organico viene poi autorizzato dal ministero, ma quest’anno è successo che sono stati tagliati dei posti anche ad anno scolastico iniziato: le scuole quindi non avevano il personale come era stato loro attribuito», racconta Franco De Marchi, segretario provinciale dello Snals, il sindacato autonomo dei lavoratori della scuola. «E non dimentichiamoci della carenza degli insegnanti di sostegno». Ma mancano pure i bidelli o, come si chiamano oggi, i collaboratori scolastici. Ed è un problema soprattutto per quelle scuole che hanno molti plessi. Anche fare cose banali, come aprire e chiudere un portone - insomma, il minimo - diventa un disagio.

SE LA MACCHINA SI INCEPPA

A mancare, dentro le scuole, sono anche i Dsga. Una sigla anonima (significa Direttore dei servizi generali e amministrativi), ma che di anonimo non ha nulla. Sono loro i responsabili dell’amministrazione. Sono loro a capo del personale non docente. Sono loro che gestiscono i collaboratori scolastici, il personale Ata, i tecnici. Sono loro, insomma, il motore che fa funzionare la macchina. E se il motore della macchina-scuola si inceppa e non parte più, è un bel problema. Oggi la scuola è abbastanza vulnerabile. «Non ha sufficienti uffici tecnici, ad esempio, per preparare i bandi o i viaggi di istruzione. Non ha alle spalle un valido supporto dal punto di vista organizzativo. Le condizioni di lavoro di tutti i giorni sono estremamente complicate, anche per le molte lungaggini burocratiche. Il sistema è sovraccarico e la scarsità di personale, soprattutto negli uffici amministrativi, è drammatica».

Maria Cristina Rocco ha sulle spalle i 940 studenti del Liceo Oberdan. Incastra il tempo dedicato alle scartoffie burocratiche e agli appuntamenti quasi come la giornata fosse un’interminabile partita a Tetris. «Ho solo dieci minuti».

QUANDO 24 ORE NON BASTANO A UN PRESIDE

E oggi di scuola, fortunatamente per lei, ne gestisce una sola. Sì, perché in cima alla lista delle criticità c’è pure il capitolo reggenze: un preside che si deve sobbarcare la gestione di più scuole assieme. In regione parliamo praticamente di una scuola su due in questa situazione. «Abbiamo una media di assenze di dirigenti scolastici che, se non la più alta, è sicuramente una delle più alte d’Italia», racconta De Marchi. «Abbiamo dei dirigenti scolastici, soprattutto in provincia di Udine ma anche qui a Trieste, obbligati a gestire due scuole». Costretti a stare un giorno da una parte e un giorno dall’altra. E non sempre in scuole della stessa provincia. A sobbarcarsi ore e ore di viaggio. A sperare che una giornata, di ore, invece di 24, ne abbia qualcuna in più. «Io nella mia carriera ne ho già fatte due di reggenze - racconta Rocco -. E per le scuole è un grandissimo problema». «Io in passato ne ho avute ben quattro», spiega Bigotti. «Un anno ho diretto il Petrarca, con oltre mille studenti, e pure l’Oberdan contemporaneamente». Roba che Superman e Wonderwoman, in confronto, sono dei dilettanti. «L’istituto della reggenza che doveva essere un’eccezione, nella nostra regione è diventato la regola». A tutto ciò si aggiunge anche la non facile situazione dell’Ufficio scolastico regionale. «Non solo sotto organico da tempo, ma anche acefalo», va alla carica De Marchi. «E ciò ha ricadute negative sia sugli uffici provinciali che sulla gestione complessiva delle scuole della regione, provocando una situazione di sofferenza generale».

L’ESAMIFICIO

La scuola, nonostante tutto, resta ancora il luogo degli scambi, delle amicizie, delle scoperte per i ragazzi. Ragazzi, però, che non le risparmiano le critiche. «Sono strutture vecchie, la nostra come tutte le altre». Teresa frequenta la IV Petrarca. «La succursale di Largo Sonnino, per esempio, cade a pezzi. Andrebbero rinnovate, così come andrebbe ripensato il fatto che siamo qui per imparare e invece sembra che ci tengano qua dentro solo per essere giudicati». Già, forse uno dei problemi della scuola di oggi è che in molti casi sembra essersi ridotta ad un “esamificio”, dove la didattica perde terreno e dove ne guadagna sempre di più, al contrario, una costante valutazione. Sarà forse anche perché sono gli stessi insegnanti sempre più derubati del loro “tempo di lezione”, con mansioni e attività burocratiche che con l’insegnamento non hanno nulla a che vedere.

STUDENTI ARRABBIATI

L’amica che sta accanto a Teresa, intanto, che fino a quel momento non aveva spiccicato una parola, sembra uscire dal mutismo solo quando se ne deve andare. «Scusa, sono un po’ fusa, ma mi hanno messo matematica l’ultima ora. Matematica, capito? Ma come si fa?». «Quello della gestione dell’orario è un bel problema», spiega Giovanni del Galilei mentre finisce di rollarsi una sigaretta. «Ci mettono sempre le materie più difficili all’ultima ora». Alle due, quando le lezioni ormai sono finite, fuori dal Dante-Carducci ci si attarda ancora un po’ a chiacchierare tra amici prima di ritornare a casa. E se chiedi ai ragazzi ciò che non va nella loro scuola, mettono in quarta e non la smettono più. Quasi non aspettassero altro. «Si respira un clima abbastanza repressivo. Il portone viene chiuso tassativamente alle 8, durante la lezione non si può uscire per andare in bagno, però c’è quasi il terrore a parlare di quello che non va», raccontano Francesco e Benedetta, accerchiati da altri compagni. «Il registro elettronico non funziona, la segreteria non funziona, la scuola è sporca, cade a pezzi, i bidelli passano sei ore ad ascoltare la musica o a fare le parole crociate e se gli chiedi qualcosa li disturbi pure, stiamo in 31 in una classe piccolissima dove mancano anche le tende. Siamo incazzati perché quest’anno ci cambia la maturità: ma possibile che ogni anno se ne inventino una nuova? E poi l’alternanza scuola-lavoro te la raccomando: io l’ho fatta col Wwf e ho passato tutti i giorni disteso sul prato a non fare assolutamente niente».

INSEGNANTI IN TRINCEA

E gli insegnanti? Sono come in trincea, stretti tra il paradosso di trovarsi, da una parte, screditati (economicamente e professionalmente) e, dall’altra, allo stesso tempo, investiti di un ruolo sempre maggiore, depositari di un discorso educativo che sembra essere sfuggito a famiglie e istituzioni. «In Italia abbiamo i prof più vecchi d’Europa. Fossero un po’ più giovani, magari attirerebbero di più la nostra attenzione», dice Luigi del Galilei. Tutti i ragazzi, però, ti rispondono che il rapporto è buono: «il prof è quasi un amico», racconta Francesco. «Anche se spesso c’è una certa difficoltà nel venire in contatto con chi è davanti a noi», ammette qualche professore. «Perché l’insegnante non è niente senza l’allievo. E il nostro scopo è favorire l’apprendimento, far sì che i ragazzi si appassionino alla materia: lo scopo finale, per noi, è quello di non essere più utili», racconta sempre ai suoi studenti Gilberto. Perché un bravo insegnante non deve cadere nel disincantamento del mondo: se non si sorprende mai, lui stesso perde senso. È questa la merce più rara da trovare nel grande suk che è la scuola oggi: un grande mercato dove si vende, si compra e si scambia di tutto. È vero allora che l’insegnamento è come un atto d’amore: se funziona, è una bellissima storia. Intanto la campanella suona. Forse è l’ora di provare a riparare la scuola. –

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
 

I commenti dei lettori