Tetto agli stranieri in aula. La rivolta delle Comunità: «Offesa fuori dal tempo»

Serbi, romeni e croati contestano la soglia del 30% di alunni non italiani negli asili: «Così si distruggono gli sforzi per l’integrazione». Il Pd nazionale: «Basta odio»

Trieste, Dipiazza e il limite del 30% di bimbi stranieri a scuola: è giusto?

TRIESTE Una scelta anacronistica che, anzichè lavorare per centrare il tanto decantato obiettivo dell’integrazione europea, rema esattamente nella direzione opposta, alzando muri che si credevano superati. Almeno a Trieste, porta di quell’Est che rappresenta un tassello importante nello scacchiere dell’Unione. Non usano mezzi termini i rappresentanti delle principali comunità stranieri di Trieste per bocciare la bozza del nuovo regolamento delle scuole dell’infanzia voluto dalla giunta Dipiazza, che fissa al 30% il tetto massimo di alunni non italiani in ogni classe.

«Un provvedimento fuori dal tempo perché non si muove sulla strada dell’integrazione e rischia di penalizzare famiglie che hanno da sempre un legame fortissimo con questa città. Trieste per me è come una piccola New York. Lì, però, situazioni simili non potrebbero accadere», osserva Zlatimir Selakovic, vicepresidente della comunità serba. A Trieste di serbi ne vivono tanti, 4.490 a gennaio secondo i dati del Comune. «Siamo probabilmente la comunità meglio integrata - prosegue -. Girando per le scuole, incontro tantissimi ragazzi della nostra comunità. Queste decisioni non aiutano, non servono limiti, fissare tetti è sempre brutto».

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Eppure da più parti arrivano inviti all’integrazione europea. L’ultimo l’ha lanciato non più tardi di domenica scorsa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, indicando l’Ue come antidoto ai nazionalismi. «Come comunità serba ci sentiamo già parte della Ue in attesa che si completi il percorso per il nostro Paese. Siamo tra le poche realtà in Italia dove a non sentirsi straniere, soprattutto grazie agli italiani che ci hanno accettato come parte integrante».



Numerosi, 2.976, e ben integrati sono anche i rumeni che vivono a Trieste. Per il presidente della comunità, Andreescu Felix Aurelian, la scelta del Comune «va controtendenza rispetto ad un mondo sempre più globalizzato. La politica fa la politica, e noi rispettiamo le normative e ci adeguiamo alle realtà locali che troviamo. In un’Europa che non ha più confini, dove circolano le merci e le persone, non possiamo pensare di escludere qualcuno con il rischio di crare ghetti. Penso che la multiculturalità sia un valore aggiunto. Io mi sento un cittadino europeo perché, grazie a questa Unione, abbiamo elevato la qualità dei servizi portandoli anche in Paesi che magari erano più indietro. Non possiamo quindi permetterci regolamenti come questo, che escludono con il rischio di aumentare un divario sociale che impedisce l’integrazione. Purtroppo però - conclude -, da questa giunta di estrema destra ormai possiamo aspettarci qualunque cosa».

Damir Murkovic, presidente della comunità croata, spera ancora che il regolamento venga modificato. «Viviamo in un territorio che è già multietnico, quindi mi sembra difficile imporre questi limiti». Una bocciatura senza appello arriva anche da Milica Markovic, presidente della Consulta immigrati. «Formazione ed istruzione non devono essere preclusi a nessuno. Se invece in qualche classe la presenza di stranieri supera il 30% cosa si fa?». Le critiche si estendono poi alla scelta di rendere obbligatoria la presenza del crocefisso «Non possono imporla, ci sono anche altri cittadini italiani che non sono credenti - prosegue -. Paradossale poi che avvenga in una città che da secoli è interculturale e inter etnica, dove ci sono tante comunità e tanti credo diversi».



Critiche a cui risponde a distanza il sindaco, Roberto Dipiazza. «Non facciamone una questione di numeri, dobbiamo entrare in un’altra logica: in questo Paese ci devono essere delle regole. Certo, abbiamo bisogno dell’immigrazione, ma non come ha fatto la sinistra. Dobbiamo portare la gente che ha un posto di lavoro e crea ricchezza nel nostro Paese». Anche l’assessore alla Cultura, Giorgio Rossi, difende la delibera e in particolare la scelta di rimettere il crocifisso nelle scuole: «È un messaggio importante perché Gesù è stato il primo a dire che tutti gli uomini sono uguali, oggi invece non è più così».

Il caso, come prevedibile, ha peraltro già oltrepassato i confini cittadini diventando di rilievo nazionale. «Continuano le discriminazioni di bambine e bambini figli di genitori stranieri - scrive in un tweet Francesca Puglisi, responsabile nazinale Infanzia del Pd -. Gli asili sono luoghi di integrazione, non di esclusione. Lo afferma anche la legge delle Stato. Basta odio!».



Duro anche il commento del segretario regionale della Cgil, Villiam Pezzetta che parla di «scelta inquietante, a maggior ragione dopo il sì al corteo di Casapound, aggravata poi dagli assurdi e inutili diktat sul crocefisso nelle aule e sull’insegnamento della religione cattolica». Critiche anche da Franco Codega del Pd: «Non è mai cosa buona quando le Autorità civili usano la religione per dividere i credenti. Il ministero dice inoltre che il limite del 30% può essere superato quando ci si trova di fronte a bambini stranieri che però parlano l’italiano. E questo è quanto succede in gran parte a Trieste». Articolo 1 - Mdp parla di una Giunta che «intensifica la battaglia contro i più deboli, alzando il tiro questa volta contro i bambini. Condanniamo queste politiche discriminatorie». Bocciatura anche dal M5s. «Le poche modifiche di rilievo contenute nella bozza - commenta Paolo Menis - sono per noi da considerarsi come mere prese di posizione ideologiche a fini politici e propagandistici». —


 

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