Crolla un ponte, strage in autostrada: «Un bagliore, il boato e poi l’inferno»

Oltre 30 morti, tra le vittime anche un bimbo di 9 anni. Decine i feriti. Mattarella: «Spaventoso, esame severo sulle cause»

GENOVA Prima un bagliore. Poi il boato. L’inferno inizia così. Non puoi immaginarlo, ma ci provi: te lo raccontano da Sampierdarena, quartiere popoloso, immediato ponente di Genova. È la vigilia di Ferragosto. Dalle finestre si guarda il cielo. Ma piove. Tuoni e lampi. Poi, alle 11, 37, una luce più forte. Il tremolio che si trasforma in frastuono.

Dura una decina di secondi. «Si è sbriciolato, come un grissino», raccontano. E ancora: «Sembrava un terremoto». La foschia, intanto, restituisce un orizzonte cambiato, mancano duecento metri al ponte Morandi. Non un’infrastruttura qualsiasi, ma uno degli snodi autostradali più importanti della Liguria e dell’intero Nord-Ovest. Da una parte si va a Levante, alle Cinque Terre e poi giù fino alla Toscana e al Centro Italia. Dall’altra verso Ventimiglia, il confine, la Costa Azzurra delle vacanze in Francia. L’Italia è in parte spezzata, dalle 14 è chiusa pure la linea ferroviaria per il Nord.


E tra troppe parole urlate, nel pomeriggio arrivano quelle misurate ma dure del Presidente della Repubblica. «Una disgrazia spaventosa e assurda», dice Sergio Mattarella. E avverte: «Dopo il dolore servirà un esame severo sulle cause. Perché lo esigono le famiglie delle tante vittime. Lo esige la coscienza della nostra società nazionale».

Già, le vittime. E le loro famiglie che vogliono, esigono, la verità. La procura, guidata da Francesco Cozzi, indaga per omicidio colposo plurimo e disastro. Ma il punto è che non si sa nemmeno quanti siano i morti. Si continua a scavare tra le macerie e in serata il bilancio è incerto: nella camera ardente del policlinico San Martino si contano 31 corpi. Tra loro un bambino di appena nove-dieci anni. E di almeno altre 5 persone non si sa nulla, disperse. Le vittime rischiano di essere almeno 36. Mentre altri 15 feriti rimangono ricoverati perlopiù in codice rosso – la formula usata per dire che un paziente rischia la vita – negli ospedali della città: hanno subito traumi alla testa, fratture. Senza contare le decine di uomini e donne sconvolte, psicologicamente a pezzi.

Il premier Giuseppe Conte arriva alle 18 sul luogo del crollo: non si sbilancia sui numeri, assicura aiuti per la ricostruzione. Il ponte che, nell’anno dell’inaugurazione, era il 1967 ed era stato concepito per sostenere un terzo del traffico attuale, fu definito un «capolavoro dell’ingegneria edile», non c’è più. Pensare che solo una decina di anni fa l’allora comandante dei vigili del fuoco di Genova, Davide Meta, aveva detto che «sarebbe durato altri 100 anni». Non è stato così, si è sbriciolato. E in base a quanto ricostruito sinora, la causa va individuata negli “stralli”, quei tiranti che dai tre piloni di 90 metri tengono ancorate le carreggiate dell’autostrada. L’anima è in metallo, avvolta dal calcestruzzo, evidentemente non si è riusciti a capire che si stava corrodendo, come avvenuto su altri sostegni messi in sicurezza negli anni 90. E duecento metri d’asfalto, su poco più di un chilometro, collassano, frantumandosi nell’impatto al suolo. Un volo nel vuoto di 40-45 metri.

«Oh mio Dio, oh mio Dio». Sono le prime urla disperate giunte nelle case degli italiani, quelle del video postato su Facebook da un testimone, Davide Di Giorgio. «Volevo solo riprendere la pioggia», commenta sotto le immagini, poi rimbalzate attraverso le televisioni di mezzo mondo. È la seconda volta in sette giorni che i media internazionali guardano all’Italia ferita. Era avvenuto in precedenza a Bologna: anche lì era crollato parte d’un cavalcavia, ma alla fine erano morti l’autista-modello del Tir carico di Gpl esploso e, ieri, un altro viaggiatore. Era stato un incidente, qui è diverso.

Ci sono tante auto sopra al ponte Morandi. Ne passano di media 80 mila in una giornata qualunque, d’estate aumentano. «C’erano i camion in coda e diverse macchine», racconta Christian Sperto, che raccoglie rifiuti pesanti per l’Amiu. L’azienda comunale della nettezza urbana sotto il cavalcavia ha una piazzola ecologica. E a fine giornata conta almeno una vittima accertata e due dispersi tra i suoi dipendenti: sono rimasti schiacciati dalle macerie mentre guidavano i mezzi di servizio. È un attimo, una questione di secondi. Lo dice anche Maria, 45 anni, residente al terzo piano in via Porro 3, strada popolare che corre parallela al torrente Polcevera. «Stavo guardando la pioggia alla finestra. Ho sentito un tremolio. Poi una luce e mi sono accorta che stava cedendo tutto». Il lampo, torna spesso nei primi ricordi dei testimoni. «Subito dopo è pure saltata la corrente elettrica». Ma il numero uno della Protezione civile, Angelo Borrelli, dice di non aver informazioni a riguardo. Probabile che il cedimento degli stralli, di quei tiranti, abbia creato delle scintille. Prima del boato. C’è un altro aspetto sottolineato da tanti: il tremore. «Ero passato poco prima sul viadotto – racconta Maurizio Ruggiero – e avevo sentito strani movimenti: per come è andata, potrebbero non essere solo suggestioni».

Alle 13 l’unità di crisi squaderna un primo bilancio: undici morti e una ventina di feriti; ma il tragico conteggio lievita di ora in ora, mentre 500 soccorritori sono impegnati nella ricerca dei dispersi. A metà pomeriggio, sono da poco passate le 16,30, si sentono ancora le voci dei feriti, i cani della polizia devono capire in che punto sono seppelliti ma non è facile. Le immagini non pesano tanto come le parole di Fernando Passeri, che vive in uno dei palazzi scampati per caso al disastro. «Abbiamo visto i soccorritori farsi largo tra la macerie. E poi tanti sacchi bianchi, in fila, dove richiudevano i morti». Un suo vicino che come lui abita a una cinquantina di metri in linea d’aria, conferma che il ponte è continuamente sotto manutenzione. «Ci lavorano ogni notte, almeno da sei-sette mesi. E se non sbaglio proprio vicino al pilone che è crollato». Il rumore di metallo che batte. «Ogni notte», lo ripete la gente della zona.

Loro, testimoni della tragedia, non possono più stare nelle proprie case: sono tra i 450 che si è deciso di sgomberare perché i crolli potrebbero continuare, basta alzare lo sguardo per capirlo. Sopra i tetti, si vede quel che resta del cavalcavia. Cemento grigio con segni rossi, come se parte della calce fosse stata segnata per future ristrutturazioni. Non sarà così: «Tutto il ponte Morandi andrà demolito», dichiara dalla sede della Protezione civile il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi. E non si capisce quanto tempo ci vorrà, cosa accadrà dopo e soprattutto nel frattempo, come ci si potrà muovere in quest’angolo d’Italia. Intanto i 500 soccorritori continuando a scavare, a cercare, una lotta al buio mentre al cordoglio per le 31 vittime presenti all’obitorio si somma l’ansia per i dispersi: «Almeno 5», rimarca l’ultimo calcolo della prefettura in serata. Le dichiarazioni dei politici si rincorrono (oggi saranno nel capoluogo ligure il vicepremier Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli), mentre è lapidario l’architetto Renzo Piano, genovese: «Non si può parlare di fatalità». E Genova, di nuovo ferita nel profondo dopo le alluvioni del 2011 e del 2014, si aspetta che le dicano almeno la verità. –
 

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