Trieste, la saracinesca in via degli Artisti che ha inghiottito 150 anni di spettacoli e film

Al civico 5 la gloriosa sala, inaugurata nel 1829, sembra un vecchio condominio dimenticato. «Era un punto di riferimento per tanti triestini»

TRIESTE «Il teatro era vivacissimo, sempre pieno, a fatica si trovava un posto a sedere, ogni settimana lo spettacolo cambiava, era un punto di riferimento per tanti triestini, in un’epoca piena di difficoltà e davanti alle scene le persone trovavano un po’ di spensieratezza. Era una struttura grande, bella e popolare». Così Guido Cecchelin, figlio del famoso comico Angelo, per anni protagonista su quel palco, ricorda gli anni di maggior successo dell’ex teatro Filodrammatico di via degli Artisti. Del glorioso edificio restano ormai solo i muri perimetrali. Il tetto è crollato e dentro al posto delle sedie, degli arredi e di tutto ciò che per decenni aveva divertito migliaia di persone, restano solo macerie, calcinacci e rifiuti.

L’inaugurazione ufficiale è datata 22 giugno 1829. Anni dopo prese il nome di Teatro Costituzionale, poi di nuovo Filodrammatico, per diventare Teatro Modena e infine Cinema al Corso. La prima rappresentazione cinematografica triestina si tenne proprio lì, il 16 maggio del 1906. L’ex teatro, sala da ballo e cinema, è abbandonato da oltre 30 anni. «Ero un bambino negli anni di maggior splendore del teatro – continua Guido – è passato tantissimo tempo, ma alcuni ambienti e molti dettagli sono ancora vivi nella memoria. Gli attori entravano dal portone, come fosse quello di un’abitazione, visto che era di dimensioni ridotte. Poi c’era un corridoio, l’ultimo camerino a destra era di mio padre, in mezzo c’era quello di mia madre e poi il mio preferito, quello delle ballerine. C’era un insieme di colori, di profumi, movimento, che non dimenticherò mai. Avevamo anche un gatto, Marunken, che si aggirava sempre da noi, l’avevamo adottato. Ci consideravamo come una famiglia con tutti, si stava sempre insieme, anche nei momenti delle prove o nel tempo libero».


Guido, anche insieme a qualche amico, spesso sgattaiolava dentro da una porticina che si apriva nella parte superiore del teatro. «E assistevamo allo spettacolo in piedi quasi sempre, tanta era la gente presente. Mio padre aveva un dono speciale, sapeva portare in scena i problemi di ogni giorno, piccole o grandi difficoltà nelle quali le persone si riconoscevano. Erano anni non facili, bisogna considerare che non ci si muoveva con l’auto, eppure gli spettatori arrivavano da tutta la città. Molte famiglie faticavano ad arrivare a fine mese, ma quel momento di condivisione e allegria, regalava un po’ di gioia a tutti. C’è un quadro del pittore Adolfo Levier, che rappresenta proprio il Filodrammatico con mio padre e che è riuscito a catturare pienamente l’atmosfera e i colori del tempo».

Guido seguiva i genitori nelle prove e nelle serate. «Nei momenti di pausa giocavano a carte, chiacchieravano, il teatro si viveva a pieno, sempre. Era il 1945, l’anno in cui da bimbo ero sempre con loro. Mio papà lavora tantissimo al Filodrammatico, guadagnava molto ed era un vulcano di idee. Ricordo ancora quando si sedeva sulla sua scrivania a casa e dava vita alle sue idee infinite. Ogni settimana lo spettacolo cambiava e c’era grande attesa da parte del pubblico. È stato sicuramente un pezzo di storia dell’intrattenimento della città, che ormai è sparito».

Anni e anni di splendore, dove tra le attrici si annovera anche la presenza di Eleonora Duse, poi il lento declino e prima della chiusura lo spazio è diventato un cinema a luci rosse. Triste e sfortunato l’epilogo di tutta la struttura. Il primo incendio risale al 1988, ne seguono altri nel 2006 e nel 2009, un colpo dopo l’altro che minano la stabilità del fabbricato. Nel 2012 crollano anche le poche travi e il tetto scompare, lasciando scoperto tutto l’ambiente, che poco alla volta si riempie di detriti, immondizie, mentre il verde cresce ovunque.

Percorrendo il perimetro si sale nella strada sopra l’edificio e da qui che, guardando oltre il muro di cinta, si scorge ancora la sala principale, in fondo si intuisce dove trovava posto il palco. Più avanti si notano alcuni portoni di ferro battuto, sigillati, che conducevano nei posti a sedere più in alto e che ora si affacciano sul vuoto.

Negli anni si sono ripetuti annunci su progetti di ristrutturazione, per trasformarlo in un parcheggio o in abitazioni. Ma per ora tutto resta fermo. L’unica traccia dell’originale funzione dell’edificio si trova sulla porta al civico 5 di via degli Artisti, che riporta la scritta “Teatro Filodramatico”. Sotto, ecco una saracinesca arrugginita e semi crollata, dietro calcinacci, vecchie assi di legno e altri rifiuti. Guardandolo nella sua complessità l’edificio sembra un vecchio condominio dimenticato più che un glorioso teatro, ormai puntellato in più parti da anni, per evitare nuovi crolli e con pareti che sembra stiano per sbriciolarsi da un momento all’altro. –




 

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