Cresce la richiesta di cure per la dipendenza da gioco

Da gennaio l’Azienda sanitaria ha trattato 85 pazienti contro i 109 totali del 2017 La fascia d’età che chiede più aiuto agli specialisti è quella dei quarantenni



Slot-machine e gratta&vinci ovunque; poker e scommesse on-line; sale vlt e casinò a due passi da casa: chi più ne ha, più ne metta. Il gioco d’azzardo, in ogni sua forma, è a portata di mano per tutti e il tema delle ludopatie è all’ordine del giorno del consiglio comunale in programma oggi e domani.


Dall’inizio dell’anno, la struttura complessa dipendenze dell’Azienda sanitaria Bassa Friulana-Isontina ha preso in carico 85 pazienti. Nel 2017 le persone in trattamento erano state 109 equamente divise tra Isontino (56) e Bassa Friulana (53) e come specificano dalla Aas numero 2 si tratta «di persone normali». La fascia d’età più colpita è quella dei quarantenni (34), seguita da quelle dei cinquantenni (30) e degli ultrasessantenni (29). Per ora gli under 40 in trattamento sono soltanto 16, ma questo non significa che i più giovani siano immuni alla dipendenza da gioco d’azzardo.

La promessa di una vincita facile attrae tutta la parte più vulnerabile della società e i ragazzi non fanno eccezione. I giovani, di solito, sono però “protetti” dalla rete familiare. Per loro i rischi maggiori vengono dal gioco on-line. A creare dipendenza, in ogni caso, è la promessa di vittoria, non la vittoria stessa (che dal punto di vista delle probabilità è sempre infinitesimale). Nel momento tra la puntata e il risultato della scommessa il corpo ha una reazione neurochimica rilevante. Rilascia dopamina creando una sensazione di piacere e stimolando il meccanismo della ricompensa. È questo che porta alla dipendenza e maggiore è la frequenza della scommessa, maggiore è quindi la capacità additiva del gioco. «È l’unica dipendenza slegata da sostanze: è legata al comportamento e alla disponibilità di opportunità», spiega il dottor Alessandro Vegliach, psicologo e psicoterapeuta della Struttura complessa dipendenze dell’Azienda sanitaria numero 2. E di opportunità, oggi ce ne sono ovunque.

Vegliach ricorda come la problematica si sia modificata rispetto a 20 anni fa quando l’accesso al gioco d’azzardo era limitato ai casinò, alle scommesse sulle corse dei cavalli e a poco altro. La deregolamentazione è iniziata negli Anni ’90 con le sale bingo e nel recente passato si è arrivati a un ampio accesso ai cosiddetti “giochi ad alta frequenza”, quelli che permettono di fare molte puntate in poco tempo e quindi con un alto rilascio di dopamina. «Tre o quattro anni fa si temeva una pandemia perché ora si può giocare dappertutto, se non c’è stata lo si deve alle reti di sensibilizzazione. L’incremento degli accessi ai percorsi clinici è dovuto al fatto che c’è una maggior risposta da parte del territorio. Siamo una terra di confine con una moltitudine di micro e macro case da gioco, però i servizi riescono a tenere e non si vedono grosse falle nel sistema attivato».

Soluzioni farmacologiche non ce ne sono e il percorso di “recupero” può essere individuale o di gruppo. La cura, in ogni caso, è piuttosto lunga: non scende quasi mai sotto i 18 mesi e anzi non è escluso che la presa in carico da parte dell’Aas debba proseguire per tutta la vita del paziente visto che l’Oms ha catalogato la problematica come “cronica recidivante”. —



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