Scarpe, cibo, zaini e abiti dei profughi lungo i sentieri della Val Rosandra FOTO

I resti lasciati dai profughi in Val Rosandra

Tracce del passaggio di migranti che arrivano dalla Slovenia Escursionisti contrariati. Situazioni simili a Fernetti e Pese

TRIESTE Sono già ricoperti di mosche e formiche, come spazzatura riversa fuori da un cassonetto delle immondizie o come una discarica. Invece è la Val Rosandra. Tra i cespugli e in mezzo ai sentieri in questi giorni non è difficile imbattersi in cumuli di vestiti, scarpe, coperte, avanzi di cibo, bottiglie e scatolette. Non sono i resti di qualche pic-nic, ma le tracce dei migranti. È anche da qui che passano i profughi della rotta balcanica dopo un viaggio estenuante che dura mesi e che per lunghi tratti percorrono interamente a piedi tra i boschi, di notte.

Afghani e pachistani, soprattutto, che abbandonano i loro Paesi e tentano di raggiungere il Nord Europa. Iran, Turchia, Grecia e poi su attraverso Albania, Montenegro, Bosnia-Erzegovina e Croazia. Quindi la Slovenia, in particolare la zona meridionale meno urbanizzata e forse meno controllata: l’ultima tappa prima di approdare al confine con Trieste.



Gli arrivi sono ripresi con più intensità, come sta accadendo d’estate in questi anni. Un centinaio, si calcola, i migranti intercettati a giugno nel territorio provinciale. Gli ultimi qualche giorno fa: un gruppo di dieci-quindi profughi è stato identificato alle tre di notte dalla Polizia e dai Carabinieri mentre camminava in via Costalunga in fila indiana. Sono penetrati dal Carso analogamente a decine di altri connazionali accolti nelle strutture cittadine preposte. Andavano verso il centro, probabilmente al Silos, dove avrebbero trovato riparo prima di presentarsi in Questura per domandare il riconoscimento dello status di richiedente asilo. Alcuni portavano addosso uno zainetto, altri tenevano in mano una semplice borsa di nylon. Altri nulla. Il resto della roba usata nel lungo viaggio - giacconi, zaini, cibo, acqua - devono averlo abbandonato in bosco. Fanno così quando stanno per entrare in un centro abitato dove intendono fermarsi. Serve per non dare troppo nell’occhio e confondersi con gli altri migranti, quelli che fanno già parte della rete di accoglienza cittadina, in modo da non essere bloccati prima.

L’altipiano è la tappa obbligata, dove i profughi si spogliano dei bagagli e di ciò che non serve più. La quantità di indumenti di ricambio, scarpe e coperte rinvenuta testimonia la ripresa dei flussi sulla rotta balcanica. E la Val Rosandra, proprio dove i triestini e i turisti vanno a passeggio o a fare il bagno nel torrente, è sul confine.

L’area ristoro dove si trova il tavolino di legno con le panchine, a un passo dal fiumiciattolo, ieri era piena di sacchi e sacchetti con ciabatte, maglie e calzini lasciati nella vegetazione. Così qualche centinaio di metri più avanti, verso Botazzo, in mezzo al sentiero. Ancora zaini, giacche e coperte per terra.

Molti cittadini che amano passeggiare nella valle sono indignati. Non tollerano di dover camminare tra i cumuli di abiti e scarpe. «Questa è inciviltà», commenta una signora di mezza età facendo slalom tra la roba. Altri si sono già attrezzati. Come il cinquantatreenne Riccardo Macciotta che proprio ieri, durante un’escursione mattutina, si è preso la briga di raccogliere quanto spuntava tra l’erba e sui ghiaioni. «Siamo stufi - commenta - questa è gente che non ha rispetto per la natura. Non possiamo sopportare uno scempio del genere. Il Carso è pieno di sporcizia e ora peggiora».

L’escursionista, come già avvenuto in passato, intende organizzarsi con altri volontari per pulire le zone in cui sono state segnalate “tracce” del passaggio notturno dei profughi.

A Bagnoli e dintorni comunque nessuno sembra accorgersi di questo via vai notturno. «Non abbiamo visto niente – osserva una residente –. Ci vorrebbe vigilanza, ma ci rendiamo conto che è impossibile controllare tutto il Carso».

In effetti la Val Rosandra non è l’unica area interessata dal transito dei migranti che passano dalla Slovenia. Basta fare due passi nelle zone boschive di Fernetti, Pese e altri valichi, per rendersi conto della quantità di abiti, borse e scarpe ormai diventati quasi un tutt’uno con la vegetazione. —


 

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