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In 120 mila per salvare i fiumi dei Balcani dalle dighe

Alla Bers una petizione che chiede di bloccare i fondi per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche nel cuore blu dell'Europa: 2800 gli impianti progettati

di Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO. Un mare di sottoscrizioni contro una pericolosissima - per la flora e la fauna locali e per un ambiente in molti casi incontaminato - ondata di dighe, sbarramenti e mini centrali idroelettriche. Sono evidentemente in molti, in Europa, a tenere alla vita e al futuro dei fiumi dei Balcani, negli ultimi anni al centro di controversi piani per la produzione di energia elettrica. Energia pulita solo sulla carta, perché spesso non si tiene conto delle conseguenze ambientali di interrompere con sbarramenti fiumi finora intatti.

Sono stati più di 120 mila i cittadini che hanno così deciso di firmare una petizione per chiedere una moratoria nei riguardi di questi progetti: le adesioni sono state consegnate, direttamente a Londra, al vicepresidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers). È la prima volta che la Bers riceve un numero così elevato di appelli di protesta. Anime dell’iniziativa sono le organizzazioni River Watch, EuroNatur, Bankwatch e Patagonia, unite nell’ambito della campagna “Save the Blue Heart of Europe”, “Salvate il cuore blu dell’Europa». La petizione - che come hanno ricordato le Ong ha superato le centomila firme nel giro di un solo mese di raccolta - è diretta in particolare «a Bers, alla Banca europea degli investimenti e alla Banca Mondiale», affinché interrompano «i loro finanziamenti all’idroelettrico nei Balcani, prima che gli ultimi fiumi selvaggi in Europa vengano irreversibilmente distrutti».

Finora le tre istituzioni nel loro insieme hanno destinato risorse a 82 centrali idroelettriche nei Balcani, di cui 37 localizzate in aree protette, per un valore totale di 724 milioni di euro, come ricordano le organizzazioni. Ma i rovinosi effetti vanno ben oltre questi numeri, comunque alti. I progetti nel mirino degli ambientalisti, secondo studi di River Watch, investono infatti una regione, quella balcanica, che è uno «dei più importanti hotspot per la biodiversità delle acque in Europa». I fiumi balcanici infatti «ospitano 69 specie di pesci che vivono solo in quest’area e da nessun’altra parte al mondo», oltre al «40% dei molluschi d’acqua dolce a rischio in Europa». È un cuore blu «a rischio infarto», perché sono in tutto 2.800 - sempre nei dati forniti dalle organizzazioni - le centrali idroelettriche in cantiere in futuro nell’area balcanica, in Grecia, Bulgaria e Turchia. Secondo una recente analisi dell’agenzia Fluvius le strutture già oggi in costruzione ammontano a circa 200, in particolare in Albania (81), una sessantina in Serbia e Macedonia e Bosnia-Erzegovina. Fra i fiumi più minacciati figurano il Valbona, in Albania, ma anche la Sava, la Neretva e altri corsi d’acqua minori.

La speranza ora, visti i rischi denunciati dalle Ong, è quella di una marcia indietro definitiva sui progetti, magari puntando su investimenti rispettosi degli ambienti naturali. «Speriamo che la Bers prenda in considerazione le voci della gente e sposti i suoi investimenti su un mix diverso di rinnovabili», ha auspicato Fidanka McGrath, di Bankwatch. Sulla stessa linea anche Theresa Schiller, una delle coordinatrici della campagna “Save the Blue Heart of Europe”, che ha detto di sperare che «le banche internazionali si prendano le loro responsabilità in tempi di cambiamenti climatici e sfruttamento eccessivo delle risorse naturali». «Stop all’investimento in uno tsunami di dighe», si punti invece sul «solare», è l’auspicio di Ulrich Eichelmann, di Riverwatch.

La palla, ora, passa alle istituzioni messe nel mirino dagli ecologisti. Istituzioni che non potranno fare orecchie da mercante davanti alle rimostranze di 120 mila persone.

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