L’ex politico e l’informatico: i nuovi sacerdoti della Diocesi di Trieste

I sei nuovi sacerdoti di Trieste (Foto Silvano)

A San Giusto la cerimonia di consacrazione di sei sacerdoti da parte del vescovo. Tra loro anche Manfredi Poilucci, 58 anni, già vicepresidente della Provincia

TRIESTE Origini, storie e motivazioni diverse, ora tutte unite nel segno di una sola missione: quella della vocazione sacerdotale. La Diocesi di Trieste si avvale di sei nuovi presbiteri, i ministri del culto della Chiesa cattolica, molto più semplicemente “sacerdoti”, appena consacrati all’Ordine Sacro dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi nel corso di una cerimonia celebrata nel pomeriggio di ieri a San Giusto. Sono Ermenegildo Barbetti, Ivica Cona, Pietro Giassi, Tomaz Kunaver, Adrian Mates e Manfredi Poilucci, e ora potranno fregiarsi appunto dell’appellativo di “don”, il titolo onorifico che la Chiesa riserva ai suoi ministri diocesani, termine che nell’immaginario collettivo trova sovente una più popolare alternativa in “padre”. È stata una cerimonia solenne, ma soprattutto un momento di condivisione di gioia e preghiera. Sì, perché l’ordinazione di nuovi presbiteri contempla la fine di un percorso, quello del diaconato, e l’inizio di uno stadio di vita, fasi che parlano di scelte, svolte, segni da interpretare e sogni da concretizzare, specie se il cammino intrapreso risulta lastricato da ripensamenti o vere avversità.



Temi che appartengono ad esempio al percorso di Manfredi Poilucci, il più stagionato dei sei, dall’alto dei suoi 58 anni, della squadra di presbiteri consacrata ieri. Triestino, insegnante di religione negli istituti superiori della provincia, tra cui il liceo scientifico Galilei, Poilucci vanta anche un lembo di carriera politica in veste di vicepresidente della Provincia nonché assessore all’Istruzione e alla Scuola.

Devoto a Madre Teresa di Calcutta e Papa Giovanni II, il suo cammino verso il sacerdozio è iniziato nel 2014 e tre anni più tardi è giunta consacrazione al Diaconato. Percorso non agevole il suo, dettato anche dalle prove sostenute durante un lungo periodo di malattia, la fase risultata poi la più “illuminante” sui termini della Fede e della missione da compiere: «Per me si tratta di un sogno raggiunto, legato a una chiamata che si è palesata nell’arco di uno dei momenti più difficili della mia vita – racconta don Manfredi –. Ho vissuto infatti una lunga malattia che mi ha costretto alla degenza al Policlinico di Roma e qui, avvolto dall’amore della mia famiglia e dalle cure dei medici, ho sentito anche il supporto del Signore. Ho avvertito la sua forza e mi sono sentito amato – ricorda il neosacerdote –. Questo mi ha spinto verso il cammino vocazionale, con l’impegno di poter comunicare e condividere la gratuità dell’amore di Dio, nei confronti di tutti».



Altrettanto intensi i percorsi degli altri consacrati. Don Barbetti arriva da Udine, classe 1972. Ha iniziato gli studi seminarili in Nicaragua per poi perfezionarli a Trieste, dopo aver vissuto una parentesi di formazione per catechisti in Spagna. Ivica Kona proviene invece da Fiume, ha 34 anni, ha lavorato come cameriere per mantenersi gli studi universitari e dal 2006, in seguito all’impatto emotivo derivante dalla morte improvvisa del padre, ha aderito a un cammino neocatecumenale, sfociato poi in esperienze da missionario in Israele e in Serbia. Don Mates rivela origini rumene, ha studiato a Pisa e si è concesso una “pausa” di riflessione di sette anni, numero magico, dicono, ma in grado poi di rivitalizzarlo e portarlo all’abito talare.

L’altro triestino è don Pietro, 32 anni, anche egli neocatecumenale e “zingaro” della fede, con tappe in Finlandia, Australia e Danimarca. Padre Kunaver proviene infine da Lubiana. Lavorava come programmatore informatico ma ha poi incontrato qualcosa o qualcuno in grado di cesellare per sempre il suo “software” spirituale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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