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Trieste, resta in Italia il bimbo conteso dai genitori

La sentenza dei giudici del Tribunale dei minorenni è diventata irrevocabile. Il piccolo rimane in città a vivere con il padre

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TRIESTE Conteso per anni, da una parte all’altra dell’oceano. Non un pacco ma un bambino, vittima di un lancinante tira e molla giudiziario tra un padre triestino e una madre sudamericana. Ora il caso è chiuso. Il bimbo, che oggi ha sette anni, resterà in Italia dal papà. La sentenza pronunciata lo scorso ottobre dal Tribunale dei minori, priva di un’impugnazione, è diventata irrevocabile in queste settimane.



La soluzione alla complessa vicenda era dunque già nell’aria con il dispositivo emesso in autunno, dopo che la Corte aveva acquisito la perizia redatta da una psicologa sulle capacità di discernimento del minore rispetto all’accaduto.

Pur non essendo mai stato chiamato a esprimere una preferenza tra i due genitori, il piccolo ha sempre indicato Trieste come luogo preferito in cui vivere. I giudici non hanno avuto dubbi: nella loro sentenza hanno precisato che «esiste un rischio di grave pregiudizio per il bambino nel caso in cui venisse rimandato oltreoceano, in quanto non c’è la certezza della garanzia per il minore di poter beneficiare della fondamentale bigenitorialità». Questa la presa di posizione della magistratura. Una decisione assunta anche in virtù del fatto che il bimbo considera come propria «unica dimora» l’attuale abitazione, e nei suoi attuali amici e compagni di classe ha gli affetti più cari.

La linea imboccata dal Tribunale dei minori, appellabile in Cassazione, è rimasta tale.



Faccenda conclusa, dunque, dopo anni di battaglie a colpi di denunce e processi. Tutto era cominciato circa sei anni fa, quando il figlio della coppia era ancora un neonato. La mamma lo aveva portato nel proprio Paese, in Sud America, per quella che avrebbe dovuto essere solo una vacanza. Alla scadenza del termine, però, la donna non era rientrata in Italia: per questo motivo è stata anche condannata per sottrazione internazionale di minore. In quei mesi è iniziato il calvario del padre (difeso dall’avvocato William Crivellari) che, recatosi oltreoceano, aveva attivato la convenzione Aja per i minori, chiedendo il rientro del bambino in Italia, Paese in cui il figlio è nato e in cui aveva vissuto i primi mesi di vita e di cui ha la cittadinanza. In primo grado, l’autorità straniera aveva accolto la richiesta del papà disponendo il rientro del bambino in Italia. Ma la vicenda si era ulteriormente ingarbugliata nelle aule di tribunale.

La madre era stata anche denunciata dal padre per sottrazione internazionale di minore e poi condannata in primo grado a otto mesi (con la sospensione condizionale) e al pagamento di 5 mila euro di risarcimento danni. La donna non si era data per vinta e aveva impugnato la sentenza. Ma la Corte ha poi confermato tutto. Decretando, peraltro, pure la sospensione della potestà genitoriale.

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