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Troppi trattamenti chimici: strage di api nell’Isontino

Alveari ridotti anche del 50% in un anno contro una media fisiologica del 10-15%. Gli apicoltori devono fare i conti pure con un acaro arrivato dall’Est negli anni ’80

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CORMONS. Una diminuzione delle api nell’Isontino, in alcuni casi, anche del 50%. Il tutto a causa del continuo utilizzo di trattamenti chimici nei campi coltivati e dell’ormai cronico intervento di un acaro di provenienza asiatica arrivato per la prima volta nel Continente negli anni Ottanta proprio in questa zona, a Staranzano, e dal quale l’ape europea non ha ancora saputo difendersi. Questi i motivi della diminuzione dell’insetto impollinatore per eccellenza anche dalle nostre parti: il grido d’allarme degli addetti ai lavori, alla base anche dell’iniziativa ConsApevolmente in programma a Cormons, è forte.



I numeri del fenomeno in provincia sono allarmanti: «Da un anno all’altro è fisiologico aspettarsi una diminuzione del 5-10% della popolazione di api rispetto all’anno prima, vuoi per la rigidità del clima, vuoi per diversi fattori – spiega il vicepresidente del Consorzio Apicoltori Isontino Pietro Lombardo – ma in questi mesi abbiamo assistito ad un fenomeno preoccupante: molti dei nostri iscritti hanno visto scomparire il 30% delle proprie api, ma in alcuni casi si è arrivati a vette del 50%». E se si considerano, come sottolinea Antonio Belletti, presidente del Consorzio, i numeri sul territorio, ecco che si parla di uno sterminio: milioni di api. «In provincia di Gorizia – sottolinea – siamo circa 150 apicoltori, con circa 4.500 alveari in tutto». Aggiunge Lombardo: «Ogni alveare conta circa 70 mila api: di media un apicoltore ne possiede una trentina, ma c’è anche chi arriva ad averne un centinaio». Ed il calcolo è presto fatto: chi possiede cento alveari, ospita circa 7 milioni di api. Se viene a mancare il 50 per cento, o anche solo il 30, si parla di numeri enormi di insetti che non fanno ritorno a casa. «L’ape muore perché non sopporta il contatto con un fiore sul quale sono presenti sostanze chimiche derivate dai trattamenti. Resta a morire fuori dall’alveare per evitare alle compagne la fatica di trasportarla fuori dalla loro casa una volta morta. E quindi – continua Lombardo – si pensi a quante non fanno ritorno nel proprio alveare a causa dei trattamenti. Poi c’è anche un particolare tipo di acaro arrivato in Europa dall’est negli anni ’80. È sbarcato per la prima volta nel Continente proprio qui, a Staranzano, ma è indubbio che i numeri molto negativi di cui parliamo sono causati soprattutto dalle sostanze presenti nell’aria e nei terreni».

L’ape vive in media 30 giorni e ha un raggio d’azione nell’impollinazione di circa 7 chilometri. «Il 70% delle specie agricole dipende dall’impollinazione delle api – conclude Belletti – e ogni alveare porta 1.500 euro di benefici economici all’ambiente. Qui a Cormons è partito nei mesi scorsi “Wine&Bees”, un progetto pilota nazionale che riporta le api in vigna».

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