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Regione Fvg, Bruno Marini: «Che pena vedere com’è ridotta Fi»

Dopo 20 anni il consigliere lascia l’aula: «L’orgoglio maggiore? Le tante preferenze prese»

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TRIESTE. Quando Bruno Marini entrò in Regione, Romano Prodi era alla sua prima esperienza da premier, la Triestina perdeva la finale play-off della C2 contro il Cittadella - proprio nella domenica del voto in Fvg - e c’era ancora il Ccd, il Centro Cristiano Democratico di Pier Ferdinando Casini, in gruppo in piazza Oberdan con Forza Italia e Federazione di Centro. Dopo vent’anni filati in aula, Marini lascia con ricordi belli e brutti: dal momento «esaltante» in cui Debora Serracchiani firma un assegno da 500 mila euro per il restyling della facciata di Sant’Antonio alla vicenda di “rimborsopoli”. L’ultima intervista da consigliere eletto è occasione anche per i mea culpa.

Marini, ha svuotato la stanza?

Ci siamo quasi. Quattro legislature di carte. Comprese quelle del Fondo Trieste, di cui faccio parte dal 1998 e di cui sono stato presidente dal 2008 al 2013. Si dirà che erano finanziamenti a pioggia, ma con quei soldi si sono fatte tantissime cose per la città.

Di che cosa va più orgoglioso?

Di essere sempre stato eletto con le preferenze. L’unica volta che andò male, nel 1999 quando Casini volle candidarmi alle Europee, fu comunque un bel risultato.

Una foto che non dimentica?

Una cerimonia alla foiba di Basovizza con il grande amico Manuele Braico, presidente delle associazioni delle Comunità istriane, scomparso l’anno scorso.

Il giorno più significativo in aula?

Quando Serracchiani ha preso atto dell’importanza di rifare la facciata di Sant’Antonio e ha finanziato l’intervento. Emblematico che proprio sabato scorso, nel mio atto finale da consigliere, abbiamo inaugurato il cantiere.

È per questo che la considera la migliore di tutti i presidenti?

Assieme al primo Tondo, uno splendido presidente della Regione. Con Serracchiani ci dividono le idee, ma il suo livello politico è indiscutibile. Sorprende, per questo, come abbia potuto lasciare un’eredità così disastrosa in sanità. Per rimediare bisogna cercare un assessore e un direttore centrale bravo almeno come Marcolongo, ora a Trieste.

L’assessore c’è già ed è Riccardi. La convince?

Sono contento di questa scelta. Il politico dà le indicazioni, il tecnico le attua. Per prendere in mano una riforma incompiuta, pensiamo solo che a Trieste di otto Cap previsti se n’è fatto uno solo, Riccardi può fare la differenza. A patto che gli si affianchi un direttore centrale all’altezza.

Quanto le dispiace lasciare piazza Oberdan?

Umanamente il dispiacere c’è. Ma quello che mi ferisce di più è il penoso stato di salute di Fi.

Di chi sono le responsabilità?

Non sono mai stato tenero con la gestione Savino, ma alla coordinatrice vanno riconosciuti impegno e generosità. Le colpe non sono tutte sue. Io stesso non ho avuto la grinta che serviva in certi momenti.

È la fine del camberismo?

Sono due mesi che non sento il senatore Camber. Ho chiesto di vederlo, ma si è rifiutato. Il rapporto durava da 43 anni, è un atteggiamento che non comprendo, così come non comprendo più le sue mosse politiche. Tutto questo, mentre Ferruccio Saro è vivo, vispo, attivo e le azzecca tutte.

Chi è stato il vero insostituibile di Palazzo?

Ne scelgo due: Giovanni Bellarosa, che ho conosciuto poco, e Augusto Viola, con cui ho lavorato a stretto gomito in Ufficio di presidenza.

Ma perché lei non ha mai preso la patente?

Ho fatto come Giulio Camber. Un amico pensionato mi ha accompagnato quando serviva. E, quando non serviva, non sono mai mancato da nessuna parte. Ma comunque sì, nessuno è perfetto: riconosco di essere abbastanza pigro.

A un certo punto c’è stata pure la vicenda dei gelati, pagati con i fondi pubblici ai gruppi. Come andò?

In Italia non ci sono vie di mezzo. Oggi non abbiamo risorse nemmeno per i francobolli per gli auguri di Natale, allora ce n’erano troppe. Ringrazio Dio di non aver sofferto per il processo penale come gli amici Piero Camber, Bucci, Tononi e Bertoli, peraltro assolti in primo grado, e di avere avuto solo una piccola contestazione della Corte dei conti. D’estate sono un mangiatore di gelati e due di quelle cene erano di beneficienza: giusto restituire quei soldi. Ma, anche se fu una fase non bella, non è stata macchiata la storia della politica regionale. I Belsito sono un’altra cosa.

Se ne va con buonuscita e la prospettiva del vitalizio. Sono premi meritati per chi ha dedicato tutta la vita alla politica?

Non dimentichiamo che i vitalizi ce li pagavamo con una trattenuta di 2mila euro al mese. Il problema dei costi della politica esiste, ma in questa legislatura abbiamo fatto grandi passi avanti. Se Serracchiani ha dato la spinta, il contributo di solidarietà degli ex è stato deciso trasversalmente. E, esclusi i 5 Stelle, senza demagogia. Dopo di che, assicurare l’indipendenza economica è l’unico modo per far sì che la politica la possano fare tutti e non solo i ricchi.

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