Il ricreatorio “Padovan” di Trieste festeggia i suoi 110 anni FOTO

La più antica struttura ricreativa cittadina celebra quest’anno un traguardo invidiabile, dal ping pong ai miti del basket. Un “rifugio” da strada e stress agonistico da cui è uscito tra gli altri anche Tonut

TRIESTE La musica, la manualità, il valore dell’educazione e quello della versatilità in campo sportivo. Parli dei ricreatori e lo scenario storico che ne consegue fa emergere un’unicità assoluta di Trieste, una cosiddetta “eccellenza”.



Attualmente sono circa una dozzina le sedi in città preposte a rappresentare la risposta laica all’oratorio, modello socio-educativo sotto l’egida dell’amministrazione comunale che vanta la sua primogenitura nel “Padovan” di via Settefontane, centro inaugurato nel 1908, con la vernice ufficiale celebrata il 20 giugno ma, secondo gli annali, con l’apertura dei battenti offerta ai giovani del quartiere sin dal 25 aprile. Sono quindi 110 gli anni di vita del ricreatorio più antico della città e, di conseguenza, di una struttura particolarmente ricca di pagine, personaggi, tinte storiche e richiami vintage.

Oltre un secolo abbondante di vita e progetti sorti originariamente all’interno di una villa neoclassica di tre piani, costruita nel 1840, all’epoca ancora immersa nella piena campagna, in una fase che vedeva Trieste intenta a disegnare il suo sviluppo urbano. Il concetto di ricreatorio nasceva anche in tal senso, rivolto cioè a fornire una risposta effettiva a una problematica senza età, quella del “saper togliere il ragazzo dalla strada”, garantendo fonti educative ma nel segno dello svago, del gioco e della libera espressione.

Il ricreatorio di via Settefontane – intitolato alla memoria del poeta Giglio Padovan – rispose subito a tali credenziali, attrezzandosi sotto le diverse voci dedite allo spirito, appunto, ricreativo, accogliendo al suo interno sale adibite ai lavori femminili, come il ricamo, e a quelli maschili, come traforo, incisione e modellismo, ma dando impulso soprattutto alla musica, al teatro, ai giochi e allo sport. Già, lo sport. Almeno nella fase embrionale, andava vissuto senza patemi agonistici né mire professionistiche, quanto piuttosto con un respiro ludico e il desiderio di cimentarsi in più discipline, specie il tennistavolo, il calcio balilla, la pallacanestro e la pallavolo. Sì perché il calcio, in qualche modo, se ne stava quasi ai margini, veniva vissuto in altre arene, tra le strade, i cortili e la stessa campagna.

A cucire tali aspettative ci pensò Nicolò Cobolli, il primo direttore del “Padovan”, maestro elementare e di ginnastica animato da una visione di stampo educativo innovativa all’epoca, per una missione riassunta in tali parole: “Il ragazzo sul campo deve figurarsi di godere di massima libertà, sollevato dalla preoccupazione di ogni controllo”. Insomma, libertà ma non anarchia, molteplici attività ma nessuna dispersione.

Il clima del ricreatorio fu questo, il “rifugio” per i ragazzi e la placida serenità del genitore. In tale contesto il “Padovan” in oltre un secolo di vita ha accolto tra le sue fila alcuni nomi eccellenti del panorama culturale e sportivo cittadino. Vedi l’attrice Jole Silvani, sì, proprio la compagna di Angelo Cecchelin, mentre in campo sportivo la traccia illustre è stata segnata sicuramente dalla pallacanestro, con nomi come Gianfranco Pieri, 61 presenze in Nazionale, entrato nella Hall of fame del basket italiano olimpico a Roma nel 1960, Franca Pavone, storica playmaker della Sgt in A, e Alberto Tonut, partito dai canestri arruginiti di via Settefontane per vestire 89 volte la maglia azzurra, con cui fu campione d’Europa nel 1983.

«Quando ero piccolo la regola era molto semplice: fare i compiti e poi andare in ricreatorio – rammenta lo stesso Tonut – cosa che io e mio fratello facevamo in pratica ogni giorno, vivendo un periodo fantastico e fondamentale per la nostra formazione umana ed educativa. Avevo alle spalle un’educazione ben delineata dai miei genitori e trasferivo certi valori nel mio rapporto in ricreatorio, ovvero socializzando e rispettando tutti, dagli amici ai maestri, fino al direttore. Poi è arrivata la grande avventura con il basket – aggiunge – ma tutto è partito dal “Padovan”, da quel clima stupendo e dagli insegnamenti di un maestro come Franco Stibiel».

Stibiel è stato, e continua a esserlo, un riferimento dello spirito coltivato all’interno del “Padovan”. Dopo l’operato da educatore sul campo, è lui ora l’anima del retaggio “vintage” che caratterizza il progetto “Ex allievi del Padovan”, percorso tradotto in un sito rievocativo le cui proposte nutriranno il cartellone celebrativo per i 110 anni. Amore, passione e persino un pizzico di rabbia: «Nel 2000 hanno deciso di ristrutturare il “Padovan”, sostituendo le bellezze degli anni passati, ancora valide, con un quasi inutile campetto di calcio – rimarca Stibiel –. Tutto si sta trasformando, anche il ricreatorio, un modello che io continuo ad avere nel sangue e nell’anima. Una volta frequentavano la sede anche gli adolescenti, ora l’età è calata, le attività portano verso altre direzioni. Credo nel Comune e nelle forme di impulso che esso vorrà dare ma soprattutto – conclude – vorrei vivere ancora 50 anni solo per tornare a vedere i valori di un tempo». Quelli, per l’appunto, vissuti solo tra gioco, sport ed educazione.

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