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Caos in Kosovo arrestato un leader serbo

Il capo dell’Ufficio di governo per Pristina è stato poi espulso. Consiglio per la sicurezza a Belgrado

di Stefano Giantin
2 minuti di lettura

BELGRADO. Una giornata partita male e finita peggio, con fermi eccellenti e caos. E con il rischio che sia solo l’inizio di una escalation, o quantomeno il prodromo di uno stop al dialogo Belgrado-Pristina. La giornata di ieri in Kosovo sarà ricordata per l’arresto da parte delle forze speciali della polizia di Pristina - i temuti “Rosu” - di Marko Djurić, numero uno dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo e Metohija, il più alto funzionario responsabile dei delicati affari relativi al Kosovo. Djurić, assieme all’influente Segretario generale del presidente serbo Vučić, Nikola Selaković, era riuscito a raggiugere Mitrovica nord – la parte serba della città divisa in due dal fiume Ibar, ancora provata e destabilizzata dall’irrisolto omicidio Ivanović – per un incontro organizzato nell’ambito del “dialogo interno” sul Kosovo.



I due però, secondo Pristina, non sarebbero mai dovuti trovarsi a Mitrovica. Il ministro degli Esteri kosovaro, Behgjet Pacolli, nel primo pomeriggio aveva infatti annunciato che né a Djurić né a Selaković e neppure al ministro della Difesa serbo, Aleksandar Vulin, – anche lui atteso nel nord – erano stati rilasciati i necessari permessi d’ingresso. E che la polizia kosovara, inviata in forze nel nord, avrebbe impedito l’entrata nel Paese ai leader serbi “non graditi”. Vulin sarebbe voluto venire in Kosovo per «istigare all’odio; e per questo abbiamo negato il permesso», aveva dichiarato Pacolli. Anche Djurić e Selaković, che secondo Pristina non avrebbero avvisato del loro arrivo entro le 72 ore previste, avrebbero avuto le stesse intenzioni.

Pacolli, su Facebook, aveva lanciato già al mattino un duro ammonimento. «Chiunque entra illegalmente sarà arrestato».

Malgrado le minacce di Pacolli, Selaković e Djurić sono comunque arrivati a Mitrovica. Una trappola di Pristina, quella di lasciarli entrare? Oppure una provocazione, una sfida aperta alle autorità del Kosovo? Comunque la si veda, la minacciosa promessa del titolare degli Esteri di Pristina è stata a sorpresa mantenuta, almeno nei confronti di Djurić. Poco prima delle 18, infatti, nella sala a Mitrovica nord dove Djurić, Selaković e una cinquantina di serbi del Kosovo stavano discutendo, hanno fatto irruzione le forze speciali del Kosovo. Con armi spianate e lancio di ordigni assordanti, malgrado la folla a mani alzate cercasse di impedirne l’ingresso. Poco prima le sirene erano risuonate sia a Mitrovica sia nella vicina Zvecan, per avvertire i serbi di tenersi pronti a reagire. L’intervento della polizia, è trapelato, aveva come obiettivo Djurić, subito arrestato - si tratta del primo caso del genere contro un altissimo funzionario serbo dal 2008 – e subito trasportato in manette a Pristina.



Djurić, a Pristina, è stato fatto poi procedere a piedi in centro, verso un tribunale, esposto al pubblico ludibrio. Dopo un paio d’ore è stato condotto al posto di confine di Merdare ed «espulso dal Kosovo», ha informato la polizia. Selaković non è stato invece fermato e ha denunciato che si è trattato di uno «scandalo», di un attacco «contro gente disarmata». Nell’azione dei Rosu – brutale e violenta - è stato leggermente ferito anche un cameraman della Tv serba, oltre a numerosi partecipanti al meeting di Mitrovica, città dove la tensione ha raggiunto livelli di guardia. Ma dove, almeno fino a tarda serata, non si sono registrate azioni inconsulte.

Reazioni invece da Bruxelles, dove la portavoce Maja Kocijančić ha fatto appello alla calma. A Pristina il presidente Thaci ha difeso l’opera della polizia ma ha auspicato che il dialogo continui, mentre la Srpska Lista ha annunciato l’uscita dalla maggioranza di governo. A Belgrado, Vučić ha invece riunito con urgenza il Consiglio per la sicurezza nazionale. E ha poi parlato alla Tv. Il presidente ha mostrato documenti che provano che tutte le procedure d’ingresso nel caso Djurić erano state rispettate. E ha poi definito quanto accaduto a Mitrovica una «provocazione brutale» e «atto criminale», compiuto da una «banda di terroristi». Senza però toccare il tema dialogo, da affrontare «a mente fredda».
 

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